Archivio per luglio, 2009

Vittorio Feltri al Giornale. Questa è la mossa del Cavaliere per preparasi alla “guerra” d’autunno.

Dopo quasi undici anni di esilio, Vittorio Feltri torna a dirigere il quotidiano della famiglia Berlusconi.

Una mossa a sorpresa per alcuni. Un sottile calcolo politico per altri. Ci sia dato  di vedere nel richiamo di Feltri alla direzione de Il Giornale, la prima mossa della controffensiva del Cavaliere agli attacchi dei Repubblica e ai nuovi scenari che si riapriranno al ritorno dalla pausa estiva.

Vittorio Feltri lasciò la direzione de Il Giornale alla fine del 1997, dopo una polemica che l’aveva visto coinvolto per non aver appoggiato la candidatura di Ferrara, che nel Mugello sfidava niente di meno che l’ex pm Antonio Di Pietro. Dopo l’esilio berlusconiano, per Feltri arrivò una breve parentesi alla direzione de La Nazione per poi fondare nel 2000 il quotidiano Libero. Un quotidiano a sua immagine e somiglianza.

Feltri va a sostituire Mario Giordano, già direttore di Studio Aperto, che arrivò al giornale dopo Belpietro che passò a Panorama. Giordano ha avuto sicuramente il merito di dare un restyling grafico al quotidiano, ma oggettivamente ha fallito nel cercare di fare argine alla carica di Repubblica. La chiave della vicenda è proprio il quotidiano fondato da Scalfari che ha portato avanti un’azione mirata contro il Cavaliere da aprile a oggi. Offensiva che è iniziata con la vicenda Noemi, per culminare poi nella pubblicazione delle registrazioni della escort Patrizia D’Addario. Poco ha potuto Giordano per opporsi a questo assalto. Alcuni ricorderanno il timido tentativo di ritirare fuori una storia vecchia e già archiviata su D’Alema. Un’operazione che si è rivelata un fallimento totale e che ha fruttato solo querele. Più sagace l’azione di Feltri, che rispondendo colpo su colpo, a trovato anche il tempo di attaccare il PD, D’Alema e Franceschini: a partire dalle interviste con “scosse” per arrivare alle conseguenze interne al partito sullo stupratore di Roma.

Via Giordano e dentro Feltri. L’anarchico di destra (come alcuni suoi colleghi arrivano a chiamarlo dalle colonne di alcuni quotidiani). Sinceramente l’articolo che oggi più colpisce è l’editoriale di Sansonetti su L’Altro “Il più bravo ma anche il più fottuto reazionario”. Sansonetti riconosce a Feltri un ruolo di primo piano nella cultura della destra oggi. Vede nel direttore di Libero una delle tre punte, insieme a Berlusconi e a Bossi, della destra nostrana. Riconosce l’onore delle armi al nemico, e sottolinea come dove sia passato lui, i quotidiani che prima erano dati per morti, arrivavano a vendere 140 mila copie. Così è stato con L’Indipendente, con L’Europeo e con Libero. Un quotidiano quest’ultimo, che partito da zero e senza soldi (come lo stesso Feltri sottolinea oggi), si è imposto come uno dei sei quotidiani più venduti in Italia.  Sansonetti non dispendia solo rose e fiori per l’avversario, anzi imputa a lui di “aver reso peggiore questo paese” e di come  ”abbia contribuito a incattivirlo”.

Se da un lato assistiamo alla mossa di Feltri (in termini di scacchi potremmo definirlo un arrocco di Berlusconi), sul fronte Repubblica notiamo una parziale ritirata. Le perquisizioni di ieri nelle sedi dei partiti del centrosinistra (escluso Idv) sembra che abbiamo squarciato il velo daddariano dell’inchiesta di Bari, ricordando a tutti che il filone che segue la magistratura è quello dello scandalo della sanità. Non le vicende di Berlusconi. Repubblica e Unità sono parse da ieri un po’ spaesate. Dai loro siti on line si vedeva grandi titoloni sul rapporto Istat e sul sud, mentre l’inchiesta di Bari era relegatanegli articoli a fondo pagina.

Dopo il danno la beffa! Sembra infatti che De Benedetti stia facendo piazza pulita di molte firme del suo quotidiano, a cominciare proprio da Giuseppe D’Avanzo che è stato il segugio sull’inchiesta della D’Addario e che ha inventato le famose “dieci domande al premier”. Malumore quindi in casa Repubblica: sono 84 i giornalisti che saranno mandati a casa e che magari potranno rientrare con vari collaborazioni esterne. Un duro colpo. Oggi il Giornale riporta un commento anonimo di un collega di Repubblica su Ezio Mauro “Scalfari almeno è riuscito a mandare Craxi ad Hammamet. Ezio invece s’è scornato inutilmente, perchè Berlusconi è ancora saldamente al suo posto, più di lui. Ed ora gli tocca anche l’umiliazione di vedere impoverita la redazione.”

Per un Feltri che si prepara alla guerra, c’è una Repubblica che si riorganizza. E’ indicativa la data di insediamento del nuovo direttore: 24 agosto. Alla fine dell’estate. Giusto il tempo di muovere le prime pedine per aspettare la ripresa del dibattito politico e prepararsi all’autunno caldo.

Per quanto riguarda Libero, che resta orfano della sua stessa anima, auguriamo un buon lavoro al nuovo direttore, sperando che non si avveri la triste profezia di Sansonetti “Domanda: e L’indipendente e L’Europeo dopo Feltri che destino ebbero? Le vendite crollarono e i due giornali furono chiusi. Pazzesco”.

Sono giorno caldi questi, ma non perchè oramai siamo nel pieno dell’estate e alle soglie di agosto. Sono giorni caldi in politica. Il centrodestra si interroga e fa la conta sulla questione del Sud, con Berlusconi che mette l’ennesima pezza per risolvere un conflitto che se non può arrivare a mettere in crisi la maggioranza, di sicuro ne adombra l’immagine e l’operato.

Il PD non se la passa meglio. La corsa per il congresso è ufficilmente iniziata. I tre candidati sono in pista e stanno facendo i loro giri in attesa di tagliare il tanto sospirato traguardo di ottobre. E’ stata scongiurata la possibilità di un quarto candidato: dopo il ritiro di Adinolfi, l’estromissione di Rutigliano, la non validità dell’iscrizione di Beppe Grillo e la rinuncia di Niccolini. Questa volontà del PD di fare quadrato intorno a tre candidati sembra comunque non giovare alla sua salute.

Oggi torna protagonista sulle pagine di due quotidiani (Libero e l’Unità) quello che potremmo chiamare il disagio centrista del PD. Sulle pagine dell’Unità (qui) si legge una lettera firmata da 15 deputati del PD, fra i quali Paola Binetti, Pierluigi Castagnetti, Luigi Bobba e Enzo Carra, che prendono le distanze dalla striscia quotidiana “Lo Sbattezzo” e alla quale non risparmiano dure critiche. La striscia, promossa dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, vuol proporre in chiave ironica le avventure di chi vuole uscire a tutti i costi dalla Chiesa Cattolica. Si può esser d’accordo o meno con la comicità, ma sicuramente i 15 deputati centrano una contraddizione importante: da una parte l’Unità (ma leggiamo pure la sinistra ndr) chiede costantemente al Vaticano di esprimesi con giudizi critici sulla condotta del Premier, riconoscendo quindi implicitamente al Santo Padre e alla Chiesa un’autorità morale sulla vita e sulle tematiche quotidiane. Dall’altro il giornale (ma leggiamo pure la sinistra ndr) vuole continuare a proporre questa questione oramai “superata”: “Nessuno può essere obbligato a credere se non vuole, dal momento che l’atto di fede è uno di quelli che più impegnano la libertà personale.” Non ha torto la premiata ditta Binetti & soci nel dire che questa cosa altro non fa che portare avanti l’idea di una chiesa ostile.

I 15 chiedono “se è consapevole del grado di disagio che crea il giornale (ma leggiamo pure la sinistra ndr) in molti dei suoi potenziali nuovi lettori, a cominciare da noi parlamentari, quando si arriva a quelle pagine che rivelano un clima tutt’altro che rispettoso di idee, valori e convinzioni. […] Ci sono temi più interessanti per approfondire il dibattito pre-congressuale, per esempio il ruolo della religione nello spazio pubblico! Indubbiamente le pagine sullo ‘’sbattezzo” appaiono una vera e propria caduta di tono. […] Ci auguriamo che questo tema non venga rapidamente derubricato invocando la laicità… in questo caso una laicità non solo e non tanto anticlericale, quanto atea e agnostica…”.

La polemica assume tratti inquietanti se arriviamo a leggere l’articolo di Elisa Calessi su Libero dal titolo “Il papà della Margherita prepara il funerale al cadavere del Pd”. Oggetto del contendere sono le dichiarazioni di Lorenzo Dellai, ex sindaco di Trento e fondatore della Margherita che annuncia “Stiamo lavorando, io e altre persone …alla costruzione di un partito di centro che non sia antagonista o in competizione con il Pd, bensì complementare e sia utile a recuperare il tessuto sociale come i ceti disorientati …a un partito che raccolga l’elettorato moderato, popolare, liberaldemocratico, aperto a contributi laici e al mondo ambientalista. Non vogliamo un nuovo partito cattolico o confessionale”.

Un progetto che può essere realistico se pensiamo a Rutelli, a Follini e alle loro mire pro UDC per il destino della sinistra. Aggiungiamo anche il carico da undici dell’editoriale di Rutelli su Europa del 21 luglio: “se il PD accetta di essere sistematicamente qualificato come “la sinistra”, più ancora che bollito, è fritto.”. I giochi sono fatti.

Ma non finisce qui. Due giorni fa è stato reso noto che in Friuli, la franceschiniana Debora Serracchiani si troverà come avversario niente di meno che Beppino Englaro, che correrà nella lista di Ignazio Marino.

La sfida nel PD è aperta: quella che sembrava una lotta per il futuro del PD, assume sempre più il carattere di una sfida nell’eterna contraddizione fra l’anima di sinistra e l’anima centrista. Il PD doveva essere la sintesi di queste due anime, ma ha fallito nel tentativo. Il nodo non è mai stato affrontato in modo risolutivo, la strada scelta fino ad oggi è sempre stata quella di nascondere tutto sotto il tappeto o dare una risposta che scontentava gli uni e gli altri.

Solo qualche mese fa in parlmento, la cosiddetta mozione della maggioranza per scongiurare la triste fine di Eluana, fu votata da una larga maggioranza che andava dalla Lega all’MPA, dal PDL all’UDC fino a larga parte del PD. Più che segnali, questi sono fatti. Il principio della laicità dello Stato è fondamentale, ma è fondamentale che i provvedimenti siano vera rappresentanza del popolo e del comun sentire di una nazione. Se più tre quarti del parlamento votano a favore di un drecreto come questo,  se un governo rischia di cadere sul riconoscimento delle unioni civili, se in piazza sfilano un milione di persone per la difesa della famiglia, chiediamoci qual’è veramente il sentimento di una nazione. E’ noto che è più visibile una minoranza rumorosa, rispetto ad una maggiornaza silenziosa. Parimenti però è noto che non deve esistere quella che Tocqueville chiamava “dittatura della maggioranza”, ma che tutte le istanze devono essere ascoltate e garantite.

E’ visibile a tutti che i cattolici sentono più garantita la loro identità e i loro valori da  un governo come quello di Berlusconi, composto da solo un cattolico (Ronchi) e da esponenti dell’esperienza socialista, liberale e laica, che non dal governo Prodi. Il problema non è chi sei, o in chi credi, me è “come ti muovi?”. non basta un Prodi, una Bindi e un Letta per avere il favore della maggioranza cattolica. Proprio per questo motivo sembra aver avuto più successo la mozione Bersani di quella Franceschini nell’animo dell’elettore cattolico. Poche parole. Un concetto. Chiarezza.

Questi sono temi sui quali affrontare una sintesi fra centristi e ex DS per costruire veramente il Partito Democratico. Per far si che il PD non resti uno spot elettorale o un modo per tentare di eliminare i dissensi fra alleati, visto fra l’altro che negli ultimi due anni tali dissensi sono aumentati. Questa è la vera sfida del PD a questo congresso. Sfida che viene sempre più sintetizzata dalla domanda: “riusciremo a stare insieme dopo il congresso?”

Un percorso certo non facilitato dalle notizie che sopraggiungono ora delle perquisizioni nelle sedi dei partiti di sinistra all’interno dell’inchiesta di Bari.

La (quasi) mozione Rutigliano

Pubblicato: 29 luglio 2009 in Politica
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Per un po’ Amerigo Rutigliano ci ha creduto. Ci ha creduto lui, ci ha creduto il PD, ci hanno creduto coloro che avevano firmato la sua candidatura a segretario del PD e anche chi guarda al congresso del PD con attenzione. E’ durato poco. Ieri sera, l’agenzia Adnkronos ha battuto la seguente velina “Sono 820.607 gli iscritti al Partito democratico. Lo ha annunciato, sulla base dei dati ufficiali che coprono il 98% delle organizzazioni territoriali, la commissione nazionale per il congresso che, tra l’altro, non ha accolto la candidatura a segretario del Partito democratico di Amerigo Rutigliano perche’ 520 suoi sottoscrittori non erano iscritti al Partito democratico”. Fine. Tanti saluti e grazie a te, mai voluto quarto uomo. Basta e avanza il “Terzo”, figurati se volevamo il quarto.

Inutile dire che Rutigliano non l’ha presa bene. Oggi sul suo sito (uno dei suo tanti blog) si legge un post intitolato “Candidatura rigettata ….fuck you PD”. Nel post si legge tutta la rabbia di chi grida contro la “pappetta”  fra candidati scelti dal Loft, che hanno promosso azioni che hanno voluto eliminare i vari Pannella, Di Pietro, Grillo, e adesso lui. Rutigliano ci va giù duro: “Farò ricorso come prevede lo statuto. In ogni caso combatterò contro questo piccolo partito democratico che se la canta e se la sona all’interno del suo miserabile Loft. sarò un nemico implacabile contro questa ammucchiata di ruffiani e mangia pane a tradimento. Questo piccolo e ridicolo partitello fatto di  nulla sarà destinato e soccombere ulteriormente ed io mi prodigherò affinchè ciò s’avveri.” Una moderna Cassandra. Al PD ci mancava solo questo.

Ma guardiamo la “quasi” mozione.

Il titolo prometteva bene “Officina Sociale per il Partito Democratico”. Questo binomio fra le parole officina e sociale che dava questa sensazione di comunismo anni 60 che nel tempo si era perso. Questo fascino antico che invece non traspare assolutamente nelle mozioni degli altri candidati.

Sembra più un’intervista che una mozione. Divisa per punti, con una piccola risposta per ogni tema.

Rutigliano si scaglia contro i gattopardi della politica e pone la fine del comunismo come l’inizio dello spaesamento di molti. Un comunismo che muore contrapposto ad un anticomunismo che vive nella destra. Anticomunismo che viene utilizzato come aggregatore. Il PD è visto come una forza democratica che ha le sue radici nell’illuminismo, e “la storia ci insegna che le più grandi conquiste dell’umanità, in tutti i campi, sono nate perchè basate su questi valori”. Quindi il PD è una grande conquista dell’umanità.

Dall’Illuminismo al tridente (diventato quartetto per Rutigliano) Dio, Patria, Famiglia e merito. Che sono parole di cui il PD non deve vergognarsi, e che fanno parte della nostra cultura. Va dato atto che almeno la parola “merito” era già persente nella cultura del PD, nonostante sia sicuramente uno dei cavalli di battaglia del centrodestra.

Il progetto di Rutigliano prevedeva anche alleanze, anche se non ora perchè “non dobbiamo pensare ora alle alleanze con altri partiti come la soluzione dei nostri problemi”.

Unione del centrosinistra, cancellierato alla tedesca e trasformazione dello strumento referendario, eliminando il suo aspetto abrogativo e il quorum. Ci venga permesso di dire che a questo punto tanto vale eliminare il referndum: spendere milioni di euro per chiamare i cittadini alle urne, al solo scopo propositivo o consultivo, non è proprio il massimo sia per i conti pubblici che per il cittadino stesso.

Il documento diventa complesso e quasi intricato in tema di bioetica e sanità, e oggettivamente non si capisce bene se alla fine viene confermata la linea di una difesa della vita tout-court o se il problema viene demandato al codice deontologico medico e al rapporto medico-paziente.

Rutigliano chiude la sua mozione vedendo a se come il candidato degli “outsider”. Dicendo di aver passate tempo nei mercati rionali e con la gente invece che in televisione e nei congressi come il trio “Franceschini-Bersani-Marino”. Non risparmia frecciate neanche a Repubblica, rea di averlo ignorato, chiamandolo organo di informazione che preferisce derive “vouyeriste” al dare spazio a chi propone quello che la gente vuole sentirsi dire.

A Rutigliano non resta altro da fare che l’Outsider: dopo la visibilità gli hanno tolto pure la candidatura.

Se mi tocchi il trippaio…

Pubblicato: 27 luglio 2009 in Politica
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Finalmente siamo ad una svolta. Firenze può tirare un sospiro di sollievo. Ogni fiorentino che si rispetta potrà gustarsi il suo panino al lampredotto sorseggiando un gottino di vino.

Per giorni la città era percorsa da strane grida di allarme. “Vogliono vietare la vendita di alcol anche ai trippai”. Apriti cielo! Mobilitazione dei commercianti! Il sindaco Renzi, e su questo gli va dato atto, si è subito messo alla testa della rivolta chiedendo una disobbedienza civile. I giornali di Firenze snocciolavano cifre che hanno fatto perdere il sonno a mezza città. E così per giorni.

Stasera si è appena concluso il consiglio comunale (il terzo della gestione Renzi) nella quale il vicesindaco Nardella, spalleggiato dal presidente della commissione sviluppo economico, Enrico Bertini (PD), si è lanciato in una crociata anti decreto attuativo del governo italiano, perche stando alle parole di Bertini “Noi riteniamo che il sindaco debba fare chiarezza con una delibera o con una ordinanza per coprire il periodo di ‘vacatio legis’ tra il 29 luglio, giorno della entrata in vigore della legge nazionale, e la data in cui sarà pubblicato sulla gazzetta ufficiale l’eventuale emendamento”. “Quindi – aggiunge Bertini – se anche il Governo dovesse correggere la sua legge, la nostra iniziativa avrebbe comunque il merito di portare fin da subito chiarezza ulteriore in questa materia”. “E c’è anche da sottolineare – conclude il consigliere del Pd – che non è stata l’Unione europea a introdurre il divieto, bensì il Governo, con una svista madornale che lo costringe ora a fare marcia indietro”. Nardella ha subito proposto un’ordinanza interpretativa della norma perchè “la giunta non sta facendo nessun allarmismo, ma ha il dovere di tutelare l’economia e la tradizione della città e di prendere atto della grave preoccupazione delle categorie economiche”.

Peccato per un piccolo particolare: questo tanto temuto divieto non esiste! “Sindaco e giunta devono dire la verità: non è necessaria alcuna interpretazione perché la norma contestata non prevede divieti». Così il consigliere Marco Stella (PdL) e l’onorevole Gabriele Toccafondi commentano le dichiarazioni del vicesindaco Dario Nardella sulla «vendita di alcolici su area pubblica».  «Non è vero che l’Italia, come dice il centrosinistra – hanno aggiunto i due esponenti del centrodestra – che la legge 88 del 7 luglio ha recepito una direttiva comunitaria che vieta la vendita di alcolici su aree pubbliche. E non è vero che serve un’interpretazione della norma. Semplicemente occorreva più sobrietà e soprattutto occorreva aver letto la legge: vi siete fidati di qualcuno e ci avete montato un castello di dichiarazioni fino ad una giornata di disobbedienza».  «Bastava leggere bene la legge – hanno concluso Stella e Toccafondi – noi, come abbiamo già fatto in questi giorni, siamo a disposizione per migliorare la situazione a Firenze, ma per far questo occorre buon senso, senso delle istituzioni ed essere sobri. Invece di fare demagogia il sindaco risolva i problemi concreti di chi lavora su area pubblica a partire dalla repressione del commercio abusivo».

In effetti l’art. 23 della legge 88 del 7 luglio 2009 recita:

1. In conformità alle linee di indirizzo contenute nella strategia comunitaria in materia di riduzione dei danni derivanti dal consumo di alcol, di cui alla comunicazione della Commissione europea COM (2006) 625 def., del 24 ottobre 2006, dopo l’articolo 14 della legge 30 marzo 2001, n. 125, è inserito il seguente:

«Art. 14-bis. – (Vendita e somministrazione di bevande alcoliche in aree pubbliche). – 1. La somministrazione di alcolici e il loro consumo sul posto, dalle ore 24 alle ore 7, possono essere effettuati esclusivamente negli esercizi muniti della licenza prevista dall’articolo 86, primo comma, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni.

2. Chiunque vende o somministra alcolici su spazi o aree pubblici diversi dalle pertinenze degli esercizi di cui al comma 1 è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.000 a euro 12.000. Se il fatto è commesso dalle ore 24 alle ore 7, anche attraverso distributori automatici, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000. Per le violazioni di cui al presente comma è disposta anche la confisca della merce e delle attrezzature utilizzate
.”

Il linguaggio giuridico e il continuo richiamo ad altre leggi non aiuta. Quello che è chiaro è che il divieto di vendita degli alcolici riguarda tutti quegli esercizi che NON rientrano fra quelli previsti dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773. Se andiamo a leggere il Regio decreto (fa quasi ridere, ma ricordiamoci che fino a 60 anni fa eravamo Regno d’Italia e non Repubblica Italiana), ecco cosa troviamo:

Non possono esercitarsi, senza licenza del Questore, alberghi, compresi quelli diurni, locande, pensioni, trattorie, osterie, caffè o altri esercizi in cui si vendono al minuto o si consumano vino, birra, liquori od altre bevande anche non alcooliche, né sale pubbliche per bigliardi o per altri giuochi leciti o stabilimenti di bagni, esercizi di rimessa di autoveicoli o di vetture, ovvero locali di stallaggio e simili. La licenza è necessaria anche per lo spaccio al minuto o il consumo di vino, di birra o di qualsiasi bevanda alcoolica presso enti collettivi o circoli privati di qualunque specie, anche se la vendita o il consumo siano limitati ai soli soci

Praticamente tutti coloro che hanno una licenza possono vendere alcolici. Ha ragione Stella quando dice che Il Governo ha adottato solo una norma per combattere gli abusivi.

Quindi molto rumore per nulla. Giorni di allarmismo a Firenze e bastava esaminare una legge. E’ Caustico il commento del consigliere del PDL Emanuele Roselli  ”Il PD sta cercando di salvare il salvabile, dopo gli allarmismi lanciati dai quotidiani in questi giorni, per non aver letto e approfondito la disposizione del governo in merito all’attuazione della normativa comunitaria in oggetto”. Passi che un trippaio, dopo un’intera giornata di lavoro al chiosco, si riposi e non si metta a esaminare leggi e decreti regi, ma un vicesindaco e un consigliere comunale dovrebbero trovarlo il tempo.

La Spada…e le Mozioni

Pubblicato: 26 luglio 2009 in Politica
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Un punto sulle tre mozioni dei candidati al congresso del PD: Franceschini, Marino e Bersani. Politiche annunciate e prudenti omissioni.

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