di Serena Milaneschi

Nove anni dopo si bagnano ancora gli occhi. Non ci si abitua alla tragedia, grazie a Dio. Incollati alla televisione cerchiamo di catturare volti e istanti per guardare chi ce l’ha fatta, per cercare di sentirci sollevati. Guardare chi come un fantasma esce da quella voragine di fumo indenne, magari in braccio a qualche pompiere o mano nella mano a qualcuno o semplicemente da solo, tenendosi un fazzoletto davanti alla bocca, il viso sporco di nero, capelli bruciacchiati e occhi sbarrati, rossi e rovinati per sempre, occhi testimoni di una strage umana che mai più dimenticheranno.
Ma a guardare quegli occhi ancora ce la facciamo, ci commuoviamo sì, ci prendono i crampi allo stomaco, ci portiamo la mano alla bocca come per reprimere un “Oh-mio-Dio”, ma resistiamo, ce la facciamo.
Quello che davvero non siamo in grado sostenere, quello che realmente il nostro sguardo non sostiene, quello che supera l’orrore immaginabile per cui distogliamo lo sguardo e fingiamo di guardare da un’altra parte, sono le immagini di chi, sempre con quegli occhi sbarrati, sempre con i capelli bruciacchiati e le lacrime che bruciano sul viso, chi è aggrappato alle finestre dei grattacieli, chi, quasi sospeso, grida un aiuto che non potrà arrivare lassù, in quei mastodontici grattacieli bellissimi e terribili. Distogliendo lo sguardo ti chiedi “io-cosa-avrei fatto”, ti domandi con che coraggio o con quale terrore si decide di buttarsi da quattrocentoquindici metri di altezza, facendo in volo tutti e centodieci piani che, quella mattina, ognuno di loro aveva salito in ascensore, magari di cattivo umore, magari con la gioia nel cuore perché quella mattina a New York splendeva il sole, era una bellissima giornata in cui l’autunno sembrava essersi dimenticato del corso delle stagioni e lasciava godere ancora del tepore dell’estate.
Ti chiedi cosa avresti fatto. Poi di scatto ti volti e vedi che qualcuno ha già deciso, che non c’era altra scelta, che era l’unica cosa da fare. Che soltanto lasciarsi cadere nel vuoto avrebbe portato a uscire dalle fiamme, a respirare. Quell’ultimo respiro in volo, pensi, avrà dato loro la speranza, un’ultima speranza di libertà. Una decisione troppo estrema, troppo grande, troppo triste da poter capire, non riusciamo a immedesimarci. Il cuore non regge a guardare quell’ombra che vola accanto alla torre, un’ombra che sembra planare, che in volo assume la forma di una bellissima aquila, un’aquila malata ,che sai, precipiterà.
Non resistiamo a questo. Non è umanamente comprensibile, ogni evento, ogni gesto, ogni lacrima di quel giorno non è contenibile in un dolore umano. Tutto va oltre, così la bellissima e mastodontica New York ha provato, quel giorno, un terribile e mastodontico terrore disumano.
Nove anni dopo, davanti agli occhi, nella nebbia e nella foschia, ciò che sembra restare è solo l’immagine dell’incredulità, l’immagine di un uomo che assomiglia a Il viandante sul mare di nebbia di Friedrich ma, al contrario del viandante, eretto e stupito di fronte a quell’immensità, lui ha le braccia abbandonate lungo i fianchi e la testa alzata come a tentare di guardare ciò che i suoiocchi non riescono a contenere.