Parliamoci chiari. In un agosto soporifero, le sparate di Umberto Bossi sono state un toccasana per i giornali e per il dibattito politico. In questi giorni si sono alternati grandi titoloni su tutti i quotidiani e al loro interno fior di commentatori e giornalisti hanno scritto pagine e pagine di commenti e controanalisi. Nella stragrande maggioranza il lietmotiv è stato il seguente: “Bossi e la Lega sono un pericolo per la democrazia e per l’Unità d’Italia. Inoltre tengono sotto scacco il governo”
Oggettivamente niente di nuovo. Devo dire che potevano fare di meglio. Soprattutto considerando che molti hanno gridato un “al lupo al lupo” oramai trito e ritrito. Dopo 15 anni di seconda repubblica, venire a dire che la lega è un pericolo fa solo sorridere, se non incavolare gli elettori e annoiare gli italiani. Forse molti non si ricordano che alle ultime elezioni europee, la Lega Nord ha preso il 10,2 % dei voti, pari a 3.126.915 preferenze. Quindi mi sia concesso pensare che gridare per l’ennesima volta alla minaccia della Lega, altro non è che offendere gli elettori.
In pochi sono entrati nel merito delle dichiarazioni del Senatur. Ora diciamo subito che le sparate sull’inno nazionale, sugli stemmi delle regioni nella costituzione e sul dialetto a scuola, sono quello che sono. Ovvero pure sparate politiche che non hanno il sapore di vendetta o di deriva leghista del governo. Si può essere d’accordo o contrari, ma è chiaro che neanche lo stesso Bossi ci crede più di tanto. Tale dichiarazioni quindi più che minare il governo o l’unità nazionale (ridicolo!) hanno più il gusto di voler alzare una posta politica per le regionali. Si inseriscono quindi come cornice di contorno a quella che è la vera battaglia della lega in questo periodo: quella delle cosiddetta gabbie salariali. Questa è una proposta politica seria che chiede una risposta politica che entri nel merito. Purtroppo non si segnala nessun intervento di rilievo da parte dell’opposizione. Nessun intervento che vada al di là di dogmatici e mai spiegati “non s’ha da fare”. Le uniche riposte concrete sono arrivate dai sindacati, che hanno espresso la loro contrarietà, e fra i tanti, quello che ci è sembrato entrare più nel merito della questione è stato un fondo di Alfonso Gianni (SL) su Il Riformista. Un articolo interessante, perchè oltre a controbattere su quello che è il motivo principale che muove la Lega (il rapporto stipendio-costo della vita) guarda anche oltre, ovvero alle ripercussioni sulla CGIL.
La cosa che colpisce è che l’on. Gianni centra in pieno il succo della questione, anche se si limita ad una fredda analisi senza arrivare a chiedersi come sia possibile che sia la lega oggi a parlare ai lavoratori? Com’è possibile che in un paese come il nostro, l’interlocutore priviligiato fra i lavoratori e la politica sia la Lega? La sinistra dov’è finita? I dati elettorali lo dimostrano. L’avanzata della Lega in Emilia lo conferma. Il voto alla Lega non è il voto all’antipolitica, alla Padania o alle ronde. No il voto alla Lega è il voto dell’operaio che vuole arrivare a fine mese.
Forse quando la sinistra tornerà a parlare di proposte concrete per i lavoratori, invece che lanciare i suoi moniti sulla democrazia in pericolo (ora per colpa di Berlusconi., ora del Papa, ora di Bossi..), forse allora gli imbarazzanti risultati elettorali della sinistra radicale (sempre se sopravvive) e del PD potranno essere solo un brutto ricordo.
E anche sulle alleanza e sui malumori in vista delle regionali è stato scritto più inchiostro di quello che sono i fatti. Bastava leggere le dichiarazioni di Bossi e Formigoni per capire che in Lombardia non c’è storia. Formigoni è il Presidente a vita della Regione. Sul Veneto sicuramente la situazione è più complessa, ma non di certo pare fantascientifica la grande alleanza PD-UDC-PDL con Galan contro la Lega. Senza contare che è molto probabile un prossimo accordo UDC con PDL (e quindi anche Lega), con buona pace di chi voleva un PD legato all’UDC. Anche su questo basta leggere le interviste rilasciate da Buttiglione sui giornali in questo periodo. Quindi le sparate di Bossi semmai hanno più lo scopo di alzare il prezzo dell’alleanza. Non di mettere in pericolo il governo.
Prima di chiudere voglio fare un’ultima riflessione. E’ di questi giorni la notizia che il Fisco sta indagando su una possibile evasione fiscale dell’Avv. Gianni Agnelli di 1/2 miliardi di euro. E’ curioso come in concomitanza di questa notizia così sconcertante, tutte le prime pagine dei giornali siano state dedicate alle sparate del Senatur. Silenzio reso ancora più assordante dall’editoriale del direttore Riotta del Sole 24 ore, che si scagliava contro quanti scrivevano e commentavano il fattaccio. Su tutti il bersaglio era Belpietro, neodirettore di Libero. Ora, mettendo in chiaro che nessuno è colpevole fino a prova contraria, ci pare strano l’atteggiamento di tanti quotidiani sulla vicenda. Tutti i giornalisti vivono nel mito di Woodward e Bernstein, e sperano di trovare il loro scandalo Watergate. Questo è vero se guardiamo alle pubbliche crocifissioni di Berlusconi sulla vicenda D’Addario e di Vendola sullo scandalo sanità. Sono gli ultimi scandali in ordine cronologico, ma è interessante notare come nessuno delle due personalità messe sulla graticola dai giornali siano iscritti ad alcun registro degli indagati. Con Agnelli sembra che tutti mostrino una sacrosanta cautela, che però sarebbe bene usare sempre come metro, onde evitare di sporcare l’immagine di qualcuno e/o giocarsi la carriera. Guardando proprio alla vicenda Agnelli ci chiediamo maliziosamente come si siano rivelate una manna dal cielo le dichiarazioni di Bossi. Dichiarazioni che a ben guardare non dicono niente di nuovo, ma che hanno comunque preso le prime pagine di tutti i giornali. Offuscando Agnelli da una parte e il bilancio dei 15 mesi di governo dall’altra.
Peppino Caldarola scriveva così sul Riformista “L’eventuale frode fiscale di Gianni Agnelli non ha indignato nessuno. Giuseppe D’Avanzo non si è scandalizzato. Ezio Mauro non ha dieci domande da fare agli eredi del maggior casato imprenditoriale d’Italia. Gad Lerner non ha tuonato sui vizi di un grande imprenditore. “Stampa” e “Corriere” hanno taciuto e messo a riposo i loro commentatori. Avranno pensato che finché non c’è la prova certa della colpevolezza, il defunto Avvocato è innocente. Peccato che per altri eventi giudiziari non hanno mostrato lo stesso rispetto del garantismo…”. Ebbene caro D’Avanzo, e le dieci domande per Agnelli?
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