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Dal suo Blog Claudio Cerasa si lancia in una previsione sulle dichiarazioni post-elezioni che mi trova pressocchè concorde:

L’unica cosa certa dopo le elezioni è che tutti diranno che hanno vinto. E avranno ragione: la Lega conquisterà una regione che prima non aveva (il Veneto), il Pdl conquisterà almeno una regione in più rispetto a quelle che attualmente ha (la Calabria sicuro, la Campania forse, il Lazio me sa proprio di no), il Pd perderà regioni rispetto a quelle che ha oggi ma potrà sempre dire che “la maggioranza delle regioni è nostra”, la sinistra potrà trionfalmente testimoniare la sua morte non avvenuta (in Puglia Vendola dovrebbe farcela, ma chissà). Gli unici che rischiano di fare una figura così così sono i dipietristi (che andranno secondo me peggio delle Europee) e i centristi dell’Udc, che anche se riusciranno a contribuire al successo di qualcuno (leggi: la Bresso in Piemonte) difficilmente riusciranno a farsi un giretto sul carro del vincitore.

Personalmente sull’esito delle elezioni regionali confermo quanto scritto qualche giorno fa: ovvero che alla fine quello che conterà davvero non sarà il risultato “tennistico” ma quello che sarà il totale dei cittadini governati, che potremmo leggere correlato al numero totale di voti ottenuti. Per quanto riguarda un giudizio di merito su queste elezioni e volendo uscire dalla logica del Berlusconi vs Bersani (o del Berlusconi vs Magistratura, o del Berlusconi vs Santoro), faccio mio quanto detto dall’on. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, che incalzato da Fede, affermò che ogni cittadino deve andare a votare pensando a come è stato amministrato nella sua Regione in questi anni: se ha un giudizio positivo confermi i suoi governanti, se non ha un giudizio positivo, rischi cambiando schieramento.


Un sms Riformista (ep. 12)

Pubblicato: 30 ottobre 2009 in Varie
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Risorgimentale

Per il ministro Brunetta, al Sud serve una nuova spedizione dei Mille. Pare che Renzo Martinelli stia già lavorando alla sceneggiatura. Incerta invece la presenza di Bossi fra le comparse garibaldine

Ambrox

Il Riformista, SMS/Mail, pag 16, venerdì 30 ottobre 2009

La Consulta ha oggi dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano. Una decisione presa a maggioranza e dall’esito abbastanza scontato. Nel contesto politico la seconda bocciatura dell’immunità del Premier Silvio Berlusconi può essere sembrato il segnale inconfondibile di una sconfitta. E’ finalmente giunta la tanto sospirata scossa voluta e predetta da D’Alema? Fa i salti di gioia Di Pietro che grida ai quattro venti “ve l’avevo detto che era incostituzionale”. Ma è davvero iniziato il declino di Berlusconi?

Io personalmente ritengo che questa sentenza sia un boomerang per la sinistra in Italia, alla quale avrebbe fatto sicuramente più gioco la dichiarazione di costituzionalità del lodo. La dichiarazione di incostituzionalità ha già dato a poche ore di distanza dall’annuncio i primi effetti: Berlusconi tuona contro Consulta e Quirinale, il PDL è sdegnato, il PD non sa bene che pesci prendere. Ma andiamo con ordine.

Negli ultimi giorni si era parlato di ipotesi ribaltone e di governo tecnico (o del presidente). Sembrava che stesse per entrare in atto un piano Rutelli-Casini-Fini con il placet della Consulta, ma qualcosa non ha funzionato. Complice l’insolita sentenza del giudice Masiano sul Lodo Mondadori, lo scontro si è improvvisamente arroventato. Bossi ha subito chiamato in forza le sue truppe e ha messo la sua spada al servizio del Premier. Fini dal canto suo ha spazzato via ogni nube di complotto per affermare che l’unica maggioranza è quella uscita dalle urne. Fini e Bossi si sono allineati con Silvio. Uno alla destra e uno alla sinistra del capo. E dietro di loro i falchi del PDL e della Lega che hanno definitivamente messo a tacere le voci delle colombe del centrodestra. Esemplificativo è il commento di Gasparri sulla sentenza: “Da oggi non è più un organo di garanzia, perchè smentendo la sua giurisprudenza ha emesso una decisione politica, che non priverà il Paese della guida che gli elettori hanno scelto e costantemente rafforzato di elezione in elezione“. Gasparri parla di “una giornata buia per i valori della legalità e che segna il tramonto di una istituzione che ha obbedito a logiche di appartenenza politica e non a valutazioni di costituzionalità“. Ma assicura: “Il governo andrà avanti, mentre chi ha tradito la propria funzione di garanzia non cancellerà la volontà democratica del popolo italiano”. Allo stato attuale il PDL e la Lega sono più unite e vicine anche di quanto vinsero le elezioni ad aprile 2008“.

Il Pd come sempre balbetta e si trova inerme a qualsiasi scenario futuribile. Perso nella lotta delle primarie che è sempre più una guerra di potere fratricida e sempre meno una “grande battaglia congressuale”, invita da una parte Berlusconi e il governo a non dimettersi per la sentenza della corte (tramite i capigruppo Soro e Finocchiaro), mentre dall’altra rincara la dose con Bersani che invita il Premier a farsi processare. Dopotutto “Berlusconi è un cittadino come gli altri ed è tenuto a sottoporsi a giudizio”. Il partito democratico è il partito che più di tutti avrebbe da perdere in caso di elezioni anticipate. Privo di una proposta politica di peso e dilaniato dalle guerre interne, va avanti da luglio in uno stato di congelamento e di isolamento politico perpetuo. Gli unici sussulti del segretario Franceschini si riassumono nella dichiarazione “Berlusconi potrebbe reagire in modo poco democratico”. Magari se il buon Dario avesse un terzo del carisma di Berlinguer potrebbe tirare su almeno 20 voti per il congresso con una frase del genere. Detta da lui in questo contesto appare l’ennesima polemica da cavalcare. Basta pensare che oggi sul Tg La7 delle 19.50 non hanno neanche riportato una dichiarazione del segretario del Pd in carica, preferendogli una del segretario in pectore Bersani. Il PD quindi è allo zero politico.

L’Italia dei Valori potrebbe in caso di elezioni guardagnare un paio di punti rispetto al PD, ma niente di più. L’UDC di Casini e Cesa (o forse potremmo già dire di Casini e Rutelli) vedendo fallito il disegno di governo tecnico potrebbe al massimo affrontare le elezioni per vedere di guardagnare peso in uno dei due schieramenti. Di sicuro non sarebbe alternanza, semmai sarebbe ulteriore rinforzo all’asse PDL-Lega.

In fin dei conti chi esce indebolito è da una parte l’opposizione, che non può far altro che ratificare quanto vede, e dall’altra la Consulta che entra in scena. E con loro tutto il clan magistrati. Fino ad oggi la Corte Costituzionale era rimasta fuori da questa mischia politica. Era nel Monte Olimpo a guardare i mortali darsele di santa ragione. Con questa sentenza che fa e farà discutere la Corte si butta (o viene buttata) nella mischia. Il Lodo Alfano era concepito per recepire le indicazioni della Corte stessa. Indicazioni che la corte oggi sembra essersi dimenticata visto che chiama la violazione dell’art 138 della costituzione, che nel 2003 non citò neanche. Per carità, una corte può cambiare indirizzo, ma ovviamente la cosa puzza e Berlusconi farà di tutto per farla puzzare. A questo aggiungiamo la sentenza di tre giorni fa di Masiano e ci vuole poco a giustificare attacchi continui contro i giudici e renderli invisi al grande pubblico.

Il governo è forte dei numeri e della salda maggioranza. Il potere popolare è un’ottima arma da scagliare contro chi parla per ricevuta investitura dall’alto (e non dal basso!). L’ipotesi del colpo di Stato e del Golpe appare ridicola. Certo ammetto che sarebbe affascinante: abbiamo assistito a copi di stato militari, a rivoluzioni proletarie, a controrivoluzioni dei quadri borghesi e a scese in campo di industriali. Mai avevamo visto il potere giudiziario cercare di influenzare e guidare la politica di un paese.

Il fattore Bossi e l’ombra su Agnelli

Pubblicato: 19 agosto 2009 in Politica
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Parliamoci chiari. In un agosto soporifero, le sparate di Umberto Bossi sono state un toccasana per i giornali e per il dibattito politico. In questi giorni si sono alternati grandi titoloni su tutti i quotidiani e al loro interno fior di commentatori e giornalisti hanno scritto pagine e pagine di commenti e controanalisi. Nella stragrande maggioranza il lietmotiv è stato il seguente: “Bossi e la Lega sono un pericolo per la democrazia e per l’Unità d’Italia. Inoltre tengono sotto scacco il governo”

Oggettivamente niente di nuovo. Devo dire che potevano fare di meglio. Soprattutto considerando che molti hanno gridato un “al lupo al lupo” oramai trito e ritrito. Dopo 15 anni di seconda repubblica, venire a dire che la lega è un pericolo fa solo sorridere, se non incavolare gli elettori e annoiare gli italiani. Forse molti non si ricordano che alle ultime elezioni europee, la Lega Nord ha preso il 10,2 % dei voti, pari a 3.126.915 preferenze. Quindi mi sia concesso pensare che gridare per l’ennesima volta alla minaccia della Lega, altro non è che offendere gli elettori.

In pochi sono entrati nel merito delle dichiarazioni del Senatur. Ora diciamo subito che le sparate sull’inno nazionale, sugli stemmi delle regioni nella costituzione e sul dialetto a scuola, sono quello che sono. Ovvero pure sparate politiche che non hanno il sapore di vendetta o di deriva leghista del governo. Si può essere d’accordo o contrari, ma è chiaro che neanche lo stesso Bossi ci crede più di tanto. Tale dichiarazioni quindi più che minare il governo o l’unità nazionale (ridicolo!) hanno più il gusto di voler alzare una posta politica per le regionali. Si inseriscono quindi come cornice di contorno a quella che è la vera battaglia della lega in questo periodo: quella delle cosiddetta gabbie salariali. Questa è una proposta politica seria che chiede una risposta politica che entri nel merito. Purtroppo non si segnala nessun intervento di rilievo da parte dell’opposizione. Nessun intervento che vada al di là di dogmatici e mai spiegati “non s’ha da fare”. Le uniche riposte concrete sono arrivate dai sindacati, che hanno espresso la loro contrarietà, e fra i tanti, quello che ci è sembrato entrare più nel merito della questione è stato un fondo di Alfonso Gianni (SL) su Il Riformista. Un articolo interessante, perchè oltre a controbattere su quello che è il motivo principale che muove la Lega  (il rapporto stipendio-costo della vita) guarda anche oltre, ovvero alle ripercussioni sulla CGIL.

La cosa che colpisce è che l’on. Gianni centra in pieno il succo della questione, anche se si limita ad una fredda analisi senza arrivare a chiedersi come sia possibile che sia la lega oggi a parlare ai lavoratori? Com’è possibile che in un paese come il nostro, l’interlocutore priviligiato fra i lavoratori e la politica sia la Lega? La sinistra dov’è finita? I dati elettorali lo dimostrano. L’avanzata della Lega in Emilia lo conferma. Il voto alla Lega non è il voto all’antipolitica, alla Padania o alle ronde. No il voto alla Lega è il voto dell’operaio che vuole arrivare a fine mese.

Forse quando la sinistra tornerà a parlare di proposte concrete per i lavoratori, invece che lanciare i suoi moniti sulla democrazia in pericolo (ora per colpa di Berlusconi., ora del Papa, ora di Bossi..), forse allora gli imbarazzanti risultati elettorali della sinistra radicale (sempre se sopravvive) e del PD potranno essere solo un brutto ricordo.

E anche sulle alleanza e sui malumori in vista delle regionali è stato scritto più inchiostro di quello che sono i fatti. Bastava leggere le dichiarazioni di Bossi e Formigoni per capire che in Lombardia non c’è storia. Formigoni è il Presidente a vita della Regione. Sul Veneto sicuramente la situazione è più complessa, ma non di certo pare fantascientifica la grande alleanza PD-UDC-PDL con Galan contro la Lega. Senza contare che è molto probabile un prossimo accordo UDC con PDL (e quindi anche Lega), con buona pace di chi voleva un PD legato all’UDC. Anche su questo basta leggere le interviste rilasciate da Buttiglione sui giornali in questo periodo. Quindi le sparate di Bossi semmai hanno più lo scopo di alzare il prezzo dell’alleanza. Non di mettere in pericolo il governo.

Prima di chiudere voglio fare un’ultima riflessione. E’ di questi giorni la notizia che il Fisco sta indagando su una possibile evasione fiscale dell’Avv. Gianni Agnelli di 1/2 miliardi di euro. E’ curioso come in concomitanza di questa notizia così sconcertante, tutte le prime pagine dei giornali siano state dedicate alle sparate del Senatur. Silenzio reso ancora più assordante dall’editoriale del direttore Riotta del Sole 24 ore, che si scagliava contro quanti scrivevano e commentavano il fattaccio. Su tutti il bersaglio era Belpietro, neodirettore di Libero. Ora, mettendo in chiaro che nessuno è colpevole fino a prova contraria, ci pare strano l’atteggiamento di tanti quotidiani sulla vicenda. Tutti i giornalisti vivono nel mito di Woodward e Bernstein, e sperano di trovare il loro scandalo Watergate. Questo è vero se guardiamo alle pubbliche crocifissioni di Berlusconi sulla vicenda D’Addario e di Vendola sullo scandalo sanità. Sono gli ultimi scandali in ordine cronologico, ma è interessante notare come nessuno delle due personalità messe sulla graticola dai giornali siano iscritti ad alcun registro degli indagati. Con Agnelli sembra che tutti mostrino una sacrosanta cautela, che però sarebbe bene usare sempre come metro, onde evitare di sporcare l’immagine di qualcuno e/o giocarsi la carriera. Guardando proprio alla vicenda Agnelli ci chiediamo maliziosamente come si siano rivelate una manna dal cielo le dichiarazioni di Bossi. Dichiarazioni che a ben guardare non dicono niente di nuovo, ma che hanno comunque preso le prime pagine di tutti i giornali. Offuscando Agnelli da una parte e il bilancio dei 15 mesi di governo dall’altra.

Peppino Caldarola scriveva così sul Riformista “L’eventuale frode fiscale di Gianni Agnelli non ha indignato nessuno. Giuseppe D’Avanzo non si è scandalizzato. Ezio Mauro non ha dieci domande da fare agli eredi del maggior casato imprenditoriale d’Italia. Gad Lerner non ha tuonato sui vizi di un grande imprenditore. “Stampa” e “Corriere” hanno taciuto e messo a riposo i loro commentatori. Avranno pensato che finché non c’è la prova certa della colpevolezza, il defunto Avvocato è innocente. Peccato che per altri eventi giudiziari non hanno mostrato lo stesso rispetto del garantismo…”. Ebbene caro D’Avanzo, e le dieci domande per Agnelli?