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Anche l’Udc scatena i probiviri

Pubblicato: 16 settembre 2010 in Politica
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Nell’Udc volano gli stracci e cominciano a fioccare le espulsioni, guarda caso a danno dei parlamentari che le cronache danno già con un piede fuori dal partito di Pier Ferdinando Casini. Il primo a farne le spese è stato il deputato campano Michele Pisacane, colpevole di avere rilasciato un’intervista a Repubblica, intitolata: «Sto con l’Udc, tratto col Pd e forse voto Pdl». Con una lettera indirizzata ai probiviri del partito, il segretario Lorenzo Cesa ha chiesto che vengano presi provvedimenti, tra i quali anche l’espulsione, nei suoi confronti. Intervista «allucinante» che, a detta di Cesa, rischia di recare «gravi danni all’immagine del nostro partito». Il segretario centrista attendeva una smentita dell’intervista (in realtà dal tono scherzoso), che non è mai arrivata. E anche questo è un sintomo dell’aria che tira nel partito di Casini.

…continua…

Forse ha ragione Cossiga quando dichiara che oramai tutti sono alla ricerca della verità nascosta, delle dietrologie e che in ogni dove si nasconde un teorema o una verità non detta. Una sindrome che ha talvolta effetti devastanti e che distorce  la realtà.

Due giorni fa avevamo sposato la tesi che parlare di complotto fininiano ai danni di Berlusconi era un delirio. Dopo che avevamo esposto questa tesi si era scatenato dal punto di vista mediatico e politico un putiferio. Fini aveva dichiarato che le riforme devono essere condivise. Schifani aveva replicato che se la maggioranza non era unita gli italiani dovevano tornare a votare.  I quotidiani si erano scatenati. Il Giornale parlava di doppio gioco di Fini, Libero chiamava alle urne, Il Riformista parlava del PDL come di un “amalgama malriuscito” ed era pronto a scommettere che il banco stava per saltare. Anche il Foglio aveva detto la sua. Frenesie. Dietrologie. Complottismi.

Nessuno nasconde che le divergenze ci sono. Che sull’immigrazione, sul fine vita, su Cosentino e sulla giustizia ci sia una dialettica interna al PDL fra i fedelissimi di B e i finiani. Una dialettica. Tutto qui. Mai sentito parlare di correnti? Le aveva il PCI, la DC, il PSI, ora le ha il PD, e non capiamo perchè non le deve avere il PDL. Su questi richiami alle urne concordiamo con Casini che parla di “arma scarica”. Ma davvero qualcuno crede che questo governo possa saltare? he bastano le proteste di un Di Pietro senza partito a mandare tutti a casa?

La nota rilasciata da Berlusconi oggi dopo le 13 è chiara:

Vedo con stupore che si stanno moltiplicando e diffondendo notizie che continuano a fare apparire come imminente un ricorso alle elezioni anticipate.
Non ho mai pensato niente di simile.
Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l’impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell’interesse del Paese.
La maggioranza che sostiene il governo è solida anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative.
Grazie a questo sostegno e alla fiducia che ci manifesta ogni giorno oltre il 60% degli italiani completeremo le riforme di cui l’Italia ha bisogno
”.

A questa nota si aggiungono le dichiarazioni del Premier di poco fa nella quale afferma che con Fini non c’è nulla da chiarire visto che si sono già chiariti, che su Cosentino la parola spetta ai vertici del PDL e che sulla giustizia lui non ha detto niente. Dichiarazioni di comodo? Voglia di scacciare fantasmi e polemiche? Ma è veramente una cosa di fuori dal mondo guardare le cose come stanno e fermarsi sulle dichiarazioni prima di Fini  e poi di Berlusconi, invece che andare a caccia di complotti e voci di corridoi?

Devo dire che ha ingannato molti, me compreso. Tutt’oggi aprendo Il Giornale, si legge che Fini avrebbe paura del voto anticipato.

Io non ci credo. Non credo ne’ al delirio mediatico che in questo mese ha visto farsi largo l’idea del complotto anti-berlusconi e dell’asse Fini-Casini, ne’ tanto meno all’idea di un Fini timoroso delle elezioni anticipate. Credo molto più semplicemente che il problema non si pone e non si è mai posto.

Che Gianfranco Fini si sia smarcato e cerchi di dar vita ad un dibattito culturale e identitario all’interno del PDL è vero. Il PDL è un partito nato dalla fusione dei due prinipali schieramenti del centrodestra. Un partito nato in mezzo ad una piazza con Silvio Berlusconi che urlava da un’auto in mezzo alla folla. Un cartello elettorale quindi. La strada per diventare partito passa dal dibattito e dalla democrazia interna. Non siamo mica al PCI degli anni ’50, che magari non aveva democrazia ma aveva una solida base ideologica.

berlusconi_e_finiFacciamola breve. Posto che Berlusconi chiede di poter governare senza dover essere tirato per la giacca dai PM ogni tre per due, occorre trovare una soluzione. In principio fu il Lodo Schifani, ma la Corte Costituzionale lo bocciò. Poi venne il Lodo Alfano, bocciato anch’esso. A questo punto che fare? Di per se’ il PDL e la Lega avrebbero i numeri alla Camera e al Senato anche solo per decidere che da oggi in Italia, è vietato portare gli orologi al polso, quindi non avrebbero di sicuro problema ad approvare un nuovo lodo Alfano. Il problema semmai è di opportunità politica, è di comun sentire delle forze politiche. Posto che l’Italia dei Valori è allo sfascio, dilaniata da una guerra civile interna, e che il PD è in ricostruzione, occorre creare un plenum che arrivi all’UDC e che faccia passare un lodo tris come volontà del Parlamento e non di Berlusconi.

Ritengo che in questo mese abbiamo assistito ad un simpatico siparietto fatto ad arte: Feltri che attacca Fini, testimoni che riferiscono di urla dalla stanza Fini-Berlusconi, il riavvicinamento di Casini, la minaccia di elezioni anticipate, l’intervista di Cossiga. Il tutto per arrivare al punto in cui siamo ora. De facto Berlusconi sta passando per quello che oggettivamente è: un perseguitato dalla magistratura. Che gli innumerevoli procedimenti che lo vedono coinvolto siano giustificati o meno, lo stabilirà la magistratura. Certo mi sembra strano che tutti questi processi lo coinvolgano da quando si è dato alla politica e non da prima. Ma sono idee personali.

Se Berlusconi passa agli occhi dei comuni mortali come un martire dei giudici, dal punto di vista politico si conferma scaltro: bocciate lo scudo per le alte cariche dello Stato? Allora approviamo una legge abbrevia processi che me li manda tutti in prescrizione. Per sintetizzare il succo dell’intervista di Cossiga sul Giornale “quando hai indiani e frecce da tutte le parti, se non vuoi fare la fine di Custer, l’unica è spezzare l’assedio. Attaccare è la miglior difesa”.

Il Premier ha alzato la posta in palio, i numeri sono dalla sua, e ora da Fini a Casini si parla di rendere costituzionale il Lodo Alfano. Fini ha anche aggiunto “si può andare avanti con entrambi i progetti”, il Lodo Alfano costituzionale e i processi brevi. Nei giorni scorsi c’era stata un bellissima pagina sul Foglio su Gianfranco Fini e le sue truppe (qui),e notevole è anche l’analisi di Pansa uscita ieri su Il Riformista dal titolo “Se molla tutto, Fini va ko” (qui). Analisi che vi consiglio di leggere. Sono state le uniche due pagine che si sono approccciate al rapporto Fini-Berlusconi senza polemica. Per sintetizzare l’analisi di Pansa “ Tutto va avanti come oggi. Il Cav continua a governare. Cercando di salvarsi da chi lo vuole condannato in uno dei tanti processi. Da chi lo vuole in bancarotta finanziaria. E dalla moglie Veronica che pretende la metà del suo patrimonio. Questa ipotesi è l’unica che giova a Fini.” E anche a Berlusconi, oserei aggiungere.

La dichiarazione di ieri di Fini che in un colpo solo avvalla un lodo costituzionale, l’avanti tutta sui processi brevi,  il basta alle accuse di complotto, segna per mio dire una svolta. Fini dal mio punto di vista ha sempre recitato volente o nolente la parte del quasi traditore senza esserlo. Non so se ne era cosciente o meno. Ma sono certo che anche Berlusconi non ha mai avuto dubbi su Fini. Il riavvicinamento di Casini è strategico per il Lodo, poi le alleanze arriveranno. Ma non sono così importanti in questa fase.

Il Pd fa sapere che il “testo non piace” e che i principi del ddl Alfano sono contrari al principio di uguaglianza, ma chi lo sa se dopo l’elezione di D’Alema a Ministro egli Esteri UE le cose cambieranno. Dopotutto il testo sui processi brevi fu a sua volta presentato dalla Finocchiaro. Quindi una loro opposizione al testo è quanto mai ridicola.

Dunque ricapitoliamo: il ddl Alfano sembra avere la strada spianata per diventare costituzionale, la legge sui processi va avanti. Siamo sicuri che Fini e Berlusconi si stanno facendo la guerra?

 

 

Che sarebbe finita così era nell’aria da quando Franceschini ruppe ogni indugio e chiamò i suoi fedelissimi alle armi contro il Generalissimo Bersani. In quel “non posso lasciare il partito nelle mano di chi c’era prima”, era condensata da una parte la voglia delle “seconde linee” di stare al comando e anche l’amarezza chi già si vedeva andare via.

Fra questi troneggiava la figura del buon vecchio Rutelli. “Vado via subito con dolore” ha dichiarato dopo la sconfitta di Franceschini alle primarie. Sul dolore sono d’accordo. E’ il subito che trae in inganno.  Sbaglia chi riconduce l’addio di Rutelli alla vittoria di Bersani al congresso oppure liquidando il tutto a mire “inciucistiche” con Casini. Rutelli è stato costretto all’addio. Il buon Francesco ha sciolto in tre minuti il suo partito, la Margherita, un partito che da solo aspirava al dieci per cento. Un partito che era anche l’alleato “scomodo” dei Democratici di Sinistra. Era il nocciolo duro dei centristi-cristiani-cattolici di sinistra. Era il partito dei Fioroni, dei Marini, della Binetti e pure del buon Rutelli.Un partito che su questioni etiche si è sempre ben distinti dai DS, allineandosi spesso e volentieri sull’asse Forza Italia-Alleanza Nazionale-Lega-UDC.

La mossa del partito unico, del grande partito riformista, si è alla fine rivelata una mossa per inglobare gli alleati scomodi e recalcitranti alla logica degli ex-PCI. E’ palese, basta vedere che fine ha fatto oggi il sogno veltroniano e le grandi folle che invadevano Roma per Walter. Così Rutelli si è trovato in un partito che dopo manco un anno ha perso il suo leader e che aveva scelto di risolvere la questione della linea etica/morale non risolvendola. Si è trovato relegato a Presidente del COPASIR, importantissima commissione parlamentare, ma pur sempre una commissione parlamentare. Ma soprattutto si è trovato prima quasi ri-relegato al ruolo di eterno sindaco di Roma. Lui che era stato anche il candidato Premier dell’Ulivo. Poi si è trovato per terra, colpito alla schiena dal fuoco amico di sessantamila voti che al ballottaggio gli hanno voltato le spalle. Era nero in volto il buon Rutelli. “Analizzeremo i dati e cercheremo di comprendere chi sono i circa centomila elettori del centrosinistra che si sono astenuti nel ballottaggio anche come contraccolpo alle elezioni politiche. Va analizzato anche il numero di elettori che hanno votato Zingaretti e Alemanno. Per parte mia penso di avere fatto il mio dovere. Nella mia vita pubblica ho avuto tante soddisfazioni, tanti successi, ma quella di oggi è una sconfitta e un’amarezza grande”. Questo è stato il discorso di addio di Rutelli al PD. Era il 28 aprile 2008.

Oggi Rutelli annuncia che ha dato vita ad un nuovo soggetto politico: “Alleanza per l’Italia”. La prima convention nazionale si terrà a Parma l’11 e 12 dicembre. In preda alla mania della scelta on line, che fu prima di Grillo, poi Berlusconi, di Renzi, per arrivare ai mitici messaggi via twitter di Franceschini e Di Pietro, ecco che l’ex sindaco di Roma ha annunciato che “il logo sarà scelto on line”.  Il pensiero del nuovo soggetto politico è noto. Basta riguardare a quello che Rutelli ha scritto nel suo libro La Svolta (qui l’articolo).

La cosa interessante è che sarà il partito degli addii. La prima grande conseguenza della civil war del PD. Sarà un caso, ma da quando è noto che Bersani ha vinto le primarie, sono ben 10 i parlamentari che hanno abbandonato le rispettive formazioni nell’opposizione. Dal PD se ne sono andati Rutelli, Calearo, Cacciari, Dellai e Lanzillotta (notizia di oggi). Dall’UDC si è dimesso Tabacci, che infatti è nominato portavoce di questo partito che ancora non c’è. Dall’Italia dei Valori se ne sono andati Pisicchio, Misiti, Razzi e Astore.

Certo, formalmente Tabacci se n’è andato dall’UDC dopo l’incontro Casini-Berlusconi, che ha segnato un disgelo nei rapporti fra lo scudo crociato e il “Crociato di Arcore” che può essere cruciale per il futuro del centrodestra. Gli esuli dell’Italia dei Valori se ne sono andati in seguito alla guerra intestina che si sta combattendo al di dentro del partito dell’ex PM. Passare dal 2 % al 10 % e continuare a gestire tutto in famiglia non ha fatto bene al buon Tonino. Dopo gli affondi di Flores D’Arcais su Micromega e la fronda che sta allestendo De Magistris, ecco che l’IdV appare più fragile di quanto non si pensi. Il partito è lacerato dal conflitto fra giustizialisti ed ex democristiani. Fra chi denuncia le logiche clientelari e chi non ce la fa più a stare sotto un padre padrone. Di Pietro rischia quasi di esser defenestrato dal proprio partito. Non è un caso che sia passato dall’opposizione dura e pura al quasi dialogo sul tema delle riforme. Sarà interessante veder come si evolverà la situazione. Ma dopotutto quando si ha come numero due del partito Leoluca Orlando, che stando a quanto racconta Cossiga sul suo ultimo libro, ha come motto “meglio mille innocenti in carcere che un mafioso libero”, beh mi pare che la situazione di dove si andrà a finire è chiara.

Al momento pare che tutti questi addii ruotino intorno a Rutelli. Per ora sono dieci. Manca solo il portiere.

La Svolta di Francesco Rutelli

Pubblicato: 2 ottobre 2009 in Politica
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la svoltaDevo dire che sono incuriosito. Chi scrive non è mai stato un fan accanito dell’ex sindaco di Roma anzi, ho sempre mantenuto un giudizio molto critico nei confronti di un politico che giudicavo alla stregua di un’opportunista. Da radicale a centrista cattolico. Altro che conversione! Pensavo fosse solo una finta svolta riformista di un uomo che per farsi eleggere aveva capito che fare il centrista di sinistra è più conveniente che fare il radicale. Sbagliavo.

Sono passati anni, sono passate elezioni e incarichi. Onorevole, sindaco di Roma, candidato premier, ministro, vicepremier e infine senatore. Oggi, come si legge dal suo sito, è  ”eletto con voto unanime Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che sovrintende al controllo dell’intelligence”. Un’incarico sicuramente di prestigio, la presidenza di una delle commissioni parlamentari più importanti. Una commissione di quelle che vanno all’opposizione proprio per garantire gli equilibri dello Stato.

E’ indubbio che il senatore Rutelli si è ritagliato negli ultimi dieci anni un ruolo di tutto rispetto sia all’interno del centrosinistra che più in generale nella politica italiana. E’ a Rutelli che dobbiamo la riorganizzazione della area centrista di sinistra e la creazione della Margherita. Un partito che alla prima uscita ha portato a casa il 14,52 % (con l’UDEUR) e che da solo nel 2006 ha raccolto più del 10 %. A ben vedere è proprio dall’intuizione di Rutelli (e degli altri sindaci che erano con lui) che si gettano le basi per la creazione del Partito Democratico. Fu di fronte ad un partito centrista organizzato, che aveva in dote un 10 % dei voti, che alcuni figli del PCI cominciarono a valutare l’importanza di favorire la nascita di un soggetto unico a sinistra. E forse, proprio con gli occhi di chi ora è deluso da questo non dibattito congressuale, anche chi salutava il PD come la grande forza riformista, è quasi portato a credere che quella teoria del complotto dalemiano sussurrata a destra sia vera. Quella teoria di chi dice che il PD l’hanno fatto con l’avvallo di D’Alema che non vedeva l’ora di mettere sotto la sua ala una forza che a lunga andare poteva rivelarsi scomoda. Una teoria che cerca e trova la sua controprova in quella tipica mossa del Lìder Maximo di mettere un moderato a prendere il consenso, per poi silurarlo e sostituirlo. Così fu con Prodi, così è stato con Veltroni. E stranamente così è stato con Rutelli, passato dall’essere vicepremier al vedersi di nuovo candidato a sindaco di Roma. Lui che già aveva fatto due mandati  (1993 e 1997). Lui che si è visto sconfitto al ballottaggio con Alemanno, una sconfitta resa ancora più bruciante da quei sessantamila voti che sono andati al PD alle provinciali e al PDL alle comunali. Stesso ballottaggio, stessi seggi, due schede diverse. Sessantamila voti che in quei secondi, in cui un uomo piega una scheda elettorale, passano da sinistra a destra.

Ci incuriosisce sapere cosa scrive Rutelli, anche alla luce di quegli ondivaghi slanci del segretario Franceschini, sempre meno moderato e sempre più incline a dire quella che la folla a cui sta parlando vuole sentirsi dire: così che arriva a parlare oggi di laicità infischiandosene di quello che aveva detto ieri di fronte ai cattolici. Il buon Rutelli si deve sentire come un profeta in patria. Disprezzato. Incompreso.

Ci incuriosisce quell’abbraccio con Casini alla festa dell’UDC al pari di come ci incuriosisce , nelle anticipazioni del suo ultimo libro, quel richiamo al “governo del presidente con larga maggioranza e programmi ambiziosi da fare subito”. Quasi come a dire: se bocciano il lodo Alfano e Berlusconi esce di scena, contatemi nella nuova alleanza Fini-Casini. Sono cattiverie della politica, commenti da mogli invidiose della bellezza della nuova maestra di scuola dei figli. Soprattutto perchè morto un lodo Alfano se ne fa un altro, così come è stato per il lodo Schifani. Non tanto per l’irragionevolezza di una possibile futura alleanza.

Se qualcuno è interessato, sul suo sito è presente un link alla rassegna stampa della presentazione del libro. Consiglio soprattutto l’articolo del Riformista e l’intervento su Europa.(clicca qui per aprire il pdf con la rassegna stampa)