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La guerra di Dario

Pubblicato: 29 ottobre 2009 in Politica
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DevilCrocchettNon ce l’ha fatta il nostro eroe. E così dopo poco più di sei mesi di conduzione del partito, il Dario viene travolto dal 53 % di Bersani alle primarie. Lo sapevamo tutti come sarebbe andata a finire. E sicuramente lo sapeva anche Franceschini. Troppo grande il tonfo alle europee e alle amministrative, troppi i no e le polemiche continue con la maggioranza. Alla fine il disprezzo saponato del buon Dario non ha pagato. Non si può essere oggi dei moderati riformisti e domani dei filodipietristi. Oggi stare con i popolari e domani bruciare sul rogo della politica l’on. Binetti per farsi vedere che si è laici. Non si può chiudere la porta in faccia a Di Pietro per la sua opposizione sguaiata e poi farsi inquadrare con i calzini turchesi in segno di protesta e solidarietà col giudice Masiano.

E così il Generale Bersani ha fatto piazza pulita di un David Crockett Franceschini arroccato nella sua Fort Alamo della segreteria. Non sono bastati i Fassino, i Cofferati, i Sassoli e l’eroica Serracchiani. Le irrequietudini e le incertezze dei vari Veltroni, Marini e Rutelli non hanno poi inciso più di tanto.

Un vecchio adagio di Cesare Balbo dice “Solo i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità; i forti e i costanti non sogliono chiedere quanto fortemente nè quanto a lungo, ma come e dove abbiano da combattere. Non hanno bisogno se non di sapere per quale via e per quale scopo, e sperano dopo, e si adoperano, e combattono, e soffrono così, fino alla fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti”. Diciamo che la battaglia per la segreteria del PD si è giocata per lo più sui calcoli e adesso si lasciano a Bersani gli adempimenti.

Franceschini ha pagato per la sua inadeguatezza e per la sua arroganza. L’annuncio di un parlamentare di colore come vice puzzava troppo di mossa disperata per riprendere almeno i voti dei buonisti. L’ha ammesso lui stesso quando ha detto che aveva scelto Touadi perchè nero. Povero Tuadi. Non so lui, ma io se mi sento dire che sono scelto perchè sono bianco o alto..beh diciamo che dopo non mi scelgono più. Franceschini ha pagato e sulla sua parentesi pesa come un macigno il commento di Pansa apparso su Libero: “Nell’ascoltarlo in diretta tivù mi venne in mente un vecchio detto cinese: quando il sole è al tramonto, l’ombra del nano si allunga. Accidenti, era proprio così. Il sole democratico stava svanendo all’orizzonte e il piccolo DF si comportava da gigante…Gli elettori del Pd lo hanno punito, mandandolo a casa. Un atto di legittima difesa. Speriamo che Pierluigi Bersani confermi le speranze che molti ripongono in lui. Compresi i tanti sinora rimasti estranei al Pd del signor DF, un nano politico ritornato nano.”

Ma l’eroica resistenza di Dario non finisce qui. Il suo esercito è decimato: Rutelli prepara le valige insieme a non si sa chi altri, Cofferati è stato sconfitto pesantemente in Liguria, Fassino sembra aver fatto voto del silenzio, mentre Franco Marini sembra voler cambiare casacca. Su Marini voglio spendere una parola. Si dirà che è il solito democristiano che cerca l’accordicchio, ma quello che forse non si considera è che questo scontro è nato dentro il PD e deve essere superato subito. Rimuginare sulla sconfitta, accusarsi l’un l’altro o andarsene dimostrerebbe che le primarie sono una bidonata per imbonire i fans. Panem e circem dicevano i romani. E così mentre il vecchio democristiano sembra tessere nuove alleanze post guerra civile, Franceschini pare riunire i trasfughi e preparare la resistenza.

Martedì sul suo twitter è apparso questo messaggio: “Non possiamo disperdere la rete di rapporti che abbiamo costruito durante le primarie.Serve un’Area Democratica che rafforzi da dentro il PD”. E corrente sia! Ecco la prima grana per Bersani. Una grana che pare più grande se consideriamo la prima sfida del neosegretario: da una parte le alleanze dall’altra l’equilibrio del partito. E l’equilibrio passa dalla nomina dei nuovi capigruppo alla Camera e al Senato.

In segno di rispetto al nuovo Cesare, sia la Finocchiaro che Soro si sono dimessi. Adesso devono essere rieletti i nuovi. Alla Camera, Bersani non ha problemi e il totonomine pare incoronare Enrico Letta come nuovo capogruppo del battaglione deputati. Ma al Senato le cose cambiano. I numeri parlano chiaro. Al Senato ci sono 61 sostenitori di Franceschini contro 47 Bersaniani, 3 Mariniani, 3 radicali e 3 neutrali. Nella peggiore delle ipotesi 61 contro 56. Facciamo anche 60 contro 57 se consideriamo Marini con Bersani. Il morale della favola non cambia: il capogruppo al Senato passa da un accordo con Franceschini. E cosa vuole Franceschini? La presidenza, un ruolo da capogruppo, diventare il numero due al pari di D’Alema? E chi si aspettava tanta resistenza da parte di un deputato che fino a un’anno fa era uno dei tanti della Margherita?

La guerra civile è appena diventata guerra di resistenza.

Era nell’aria da un pezzo. In questa sfida alla direzione del partito che ogni giorno che passa acquista sempre più i toni di una guerra fratricida, ecco che lo scontro fra Franceschini e Bersani si è allargato fino a  coinvolgere quelli che, in modo riduttivo e forse sbagliato, potremmo definire i colonnelli dei due schieramenti: D’Alema e Fassino.

Come ogni guerra che si rispetti, anche questa ha il suo causus belli: domenica scorsa, al Democratic Party (leggi Festa dell’Unità) di Roma, il deus ex machina Massimo D’Alema, intervistato da Antonio Polito, ha sparato dei veri e propri siluri nei confronti della cordata Franceschini. Inizialmente ignorati dalla stampa italiana oramai sempre più morbosamente attenta ai moniti e alle “scosse al governo”, oggi tutti i media tengono gli occhi puntati sulle dichirazioni del Leader Maximo. “Il PD è stato diretto nel modo peggiore in cui può essere diretto un partito”. Basterebbe questa frase da sola per capire i toni e i giudizi dell’ex presidente del consiglio sulla gestione Veltroni-Franceshini. Ma Massimo non si ferma qui.

Accuse alla dirigenza e un giudizio politico sulle nomine al congresso, affermando che Bersani e Marino sono la vera novità, e non Franceschini. Ha ricordato che quando era lui al vertice, ebbe la classe di fare un passo indietro dopo i risultati negativi delle europee, mentre qui abbiamo un partito che in un anno ha un’emorragia di voti che sembra inarrestabile. Si perchè saranno bravi Repubblica e company a farci vedere come il premier sia in difficoltà, peccato che di qua le cose stanno peggio.

D’Alema respinge l’assioma veltroniano del partito a vocazione maggioritaria e rilancia l’idea della grande coalizione, affermando che da solo il PD non va da nessuna parte. E chiude l’affondo sottlineando come un gruppo dirigenziale che vuole cancellare 150 anni di storia della sinistra è un”gruppo dirigente modesto”. Quindi lode a Bersani che ha avuto l’ardire di richiamarsi alla propria tradizione nel momento in cui ha reso pubblica la sua candidatura. Anche perchè “Noi dell’apparato abbiamo una struttura che ci rende, direi, quasi indistruttibili”. Così Massimo ha cura anche di rimettere in riga la povera Serracchiani.

Oggi, dalle colonne de La Stampa e de Il Riformista, arriva puntuale la risposta di Fassino: “D’Alema aggressivo, Bersani nostalgico, Marino laicista”. Il virgolettato è tutto un programma. Fassino respinge le critiche di D’Alema e contrattacca dicendo che nessuno rinnega niente, anzi che proprio loro (il trio Franceschini-Veltroni-Fassino) è la vera essenza del PD. La sintesi perfetta di quelle due anime, cattolica e comunista, che così tanta fatica fanno a stare insieme. L’ex segratario ribatte colpo su colpo respingendo quel senso nostalgico che viene dalla coppia Bersani-D’Alema, che può essere sintetizzato con il “si stava meglio quando si stava peggio”. Fassino guarda avanti e si scopre difensore dei valori cattolici (!) quando chiudendo la sua intervista fiume afferma chiaramente che Marino non è portatore di un senso di laicità nel partito, ma si fa portabandiera di un laicismo integralista che non farà di certo bene al PD. E sottolinea come il senatore Marino era dell’idea di rendere obbligatorio per tutti il testamento biologico. Alla faccia del cattolico. Oramai che Marino è cattolico ci tiene a sottolinearlo solo radio radicale, che giustamente si sfrega le mani sentendo un “cattolico” così…

Oggi però è stato anche il giorno dell’intervista di Barsani ad opera di Diego Bianchi, in arte Zoro, il corsaro blogger di sinistra. L’intervista è meritevole e ritengo giusto proporvela in integrale inserendo il link diretto al sito di Zoro.

E adesso Marino che farà? A questo punto occhi puntati sullo scontro Marino – Binetti.