Non ce l’ha fatta il nostro eroe. E così dopo poco più di sei mesi di conduzione del partito, il Dario viene travolto dal 53 % di Bersani alle primarie. Lo sapevamo tutti come sarebbe andata a finire. E sicuramente lo sapeva anche Franceschini. Troppo grande il tonfo alle europee e alle amministrative, troppi i no e le polemiche continue con la maggioranza. Alla fine il disprezzo saponato del buon Dario non ha pagato. Non si può essere oggi dei moderati riformisti e domani dei filodipietristi. Oggi stare con i popolari e domani bruciare sul rogo della politica l’on. Binetti per farsi vedere che si è laici. Non si può chiudere la porta in faccia a Di Pietro per la sua opposizione sguaiata e poi farsi inquadrare con i calzini turchesi in segno di protesta e solidarietà col giudice Masiano.
E così il Generale Bersani ha fatto piazza pulita di un David Crockett Franceschini arroccato nella sua Fort Alamo della segreteria. Non sono bastati i Fassino, i Cofferati, i Sassoli e l’eroica Serracchiani. Le irrequietudini e le incertezze dei vari Veltroni, Marini e Rutelli non hanno poi inciso più di tanto.
Un vecchio adagio di Cesare Balbo dice “Solo i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità; i forti e i costanti non sogliono chiedere quanto fortemente nè quanto a lungo, ma come e dove abbiano da combattere. Non hanno bisogno se non di sapere per quale via e per quale scopo, e sperano dopo, e si adoperano, e combattono, e soffrono così, fino alla fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti”. Diciamo che la battaglia per la segreteria del PD si è giocata per lo più sui calcoli e adesso si lasciano a Bersani gli adempimenti.
Franceschini ha pagato per la sua inadeguatezza e per la sua arroganza. L’annuncio di un parlamentare di colore come vice puzzava troppo di mossa disperata per riprendere almeno i voti dei buonisti. L’ha ammesso lui stesso quando ha detto che aveva scelto Touadi perchè nero. Povero Tuadi. Non so lui, ma io se mi sento dire che sono scelto perchè sono bianco o alto..beh diciamo che dopo non mi scelgono più. Franceschini ha pagato e sulla sua parentesi pesa come un macigno il commento di Pansa apparso su Libero: “Nell’ascoltarlo in diretta tivù mi venne in mente un vecchio detto cinese: quando il sole è al tramonto, l’ombra del nano si allunga. Accidenti, era proprio così. Il sole democratico stava svanendo all’orizzonte e il piccolo DF si comportava da gigante…Gli elettori del Pd lo hanno punito, mandandolo a casa. Un atto di legittima difesa. Speriamo che Pierluigi Bersani confermi le speranze che molti ripongono in lui. Compresi i tanti sinora rimasti estranei al Pd del signor DF, un nano politico ritornato nano.”
Ma l’eroica resistenza di Dario non finisce qui. Il suo esercito è decimato: Rutelli prepara le valige insieme a non si sa chi altri, Cofferati è stato sconfitto pesantemente in Liguria, Fassino sembra aver fatto voto del silenzio, mentre Franco Marini sembra voler cambiare casacca. Su Marini voglio spendere una parola. Si dirà che è il solito democristiano che cerca l’accordicchio, ma quello che forse non si considera è che questo scontro è nato dentro il PD e deve essere superato subito. Rimuginare sulla sconfitta, accusarsi l’un l’altro o andarsene dimostrerebbe che le primarie sono una bidonata per imbonire i fans. Panem e circem dicevano i romani. E così mentre il vecchio democristiano sembra tessere nuove alleanze post guerra civile, Franceschini pare riunire i trasfughi e preparare la resistenza.
Martedì sul suo twitter è apparso questo messaggio: “Non possiamo disperdere la rete di rapporti che abbiamo costruito durante le primarie.Serve un’Area Democratica che rafforzi da dentro il PD”. E corrente sia! Ecco la prima grana per Bersani. Una grana che pare più grande se consideriamo la prima sfida del neosegretario: da una parte le alleanze dall’altra l’equilibrio del partito. E l’equilibrio passa dalla nomina dei nuovi capigruppo alla Camera e al Senato.
In segno di rispetto al nuovo Cesare, sia la Finocchiaro che Soro si sono dimessi. Adesso devono essere rieletti i nuovi. Alla Camera, Bersani non ha problemi e il totonomine pare incoronare Enrico Letta come nuovo capogruppo del battaglione deputati. Ma al Senato le cose cambiano. I numeri parlano chiaro. Al Senato ci sono 61 sostenitori di Franceschini contro 47 Bersaniani, 3 Mariniani, 3 radicali e 3 neutrali. Nella peggiore delle ipotesi 61 contro 56. Facciamo anche 60 contro 57 se consideriamo Marini con Bersani. Il morale della favola non cambia: il capogruppo al Senato passa da un accordo con Franceschini. E cosa vuole Franceschini? La presidenza, un ruolo da capogruppo, diventare il numero due al pari di D’Alema? E chi si aspettava tanta resistenza da parte di un deputato che fino a un’anno fa era uno dei tanti della Margherita?
La guerra civile è appena diventata guerra di resistenza.
