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Barbato finisce KO

Pubblicato: 8 luglio 2010 in Politica
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Oggi mi è capitato fra le mani questo articolo scritto da Francesco Cramer e pubblicato su Il Giornale di oggi, giovedì 8 luglio. Gli assegno l’oscar dell’articolo più divertente del 2010!

Le acque torbide della politica spurgano a Montecitorio in una giornata di fuoco. Fuori 34 gradi, in Aula molti di più. Un forno. Alla fine arrostito ci resta il deputato dipietrista Francesco «Franco» Barbato, riccioluto re delle provocazioni in gessato blu. Per lui un cazzotto nell’occhio destro, la corsa al policlinico Gemelli e un referto medico che parla di 15 giorni di prognosi. Ad assestargli il colpo del ko Carlo Nola, 50 anni, pavese, laurea in legge, cresciuto a pane e politica nel Fronte della Gioventù, missino doc. Per sua ammissione: «Al mio liceo, il Taramelli, era in voga il “caccia al Nola”. Botte? Tante, date e prese ma soprattutto prese. Al pronto soccorso ero di casa». Stavolta all’ospedale, c’è finito l’avversario.
Che sarebbe stata una seduta incandescente lo si sospettava, visto che già martedì erano scoppiate le prime scaramucce tutte interne al Pdl attorno al cosiddetto ddl Meloni. In pratica 12 milioni di euro da destinare alle comunità giovanili, registrate presso il ministero della Gioventù. Giravano voci che i finiani si sarebbero messi di traverso anche su questo provvedimento per far pagare alla «meloncina» il tradimento a Gianfranco e lo sposalizio della causa berlusconiana. Vero? Sì, no, forse. Sta di fatto che tra i principali affossatori del ddl c’è Alessandra Mussolini («Prima si pensi ai bambini e poi ai gruppettari dei centri sociali amici degli amici») e l’ex ministro Antonio Martino («In un momento di grave crisi che senso ha buttare le risorse»?) che proprio finiano non è. E il provvedimento non piace neppure alla berlusconiana Nunzia De Girolamo, in questo caso schierata coi finianissimi Della Vedova, Briguglio, Perina e Barbareschi. Gli altri? Alcuni lo sostengono, molti si adeguano seppur turandosi il naso. Insomma, un pasticcio. La Meloni, alla fine, cede: il provvedimento torni pure in commissione. Tensione alle stelle, caldo, sudori.
Ma la temperatura si fa incandescente quando prende la parola Barbato, eloquio e urla da guappo: «Il ministro è giovane ma è vecchia. Rappresenta le vecchia politica politicante, partitocratica. Farebbe arrossire Pomicino e Mastella», urla. «Buuu». Ma il cerino nella tanica di benzina arriva poco dopo: «Il ministro vuole questo provvedimento non per sostenere i giovani – sbraita nel microfono – ma la corrente politica sua e di Alemanno e dell’assessore Lollobrigida». Barbara Saltamartini è una molla e si fa a due a due i gradini per raggiungere la sesta fila dell’emiciclo. «Ma come ti permetti? Falla finita con le tue provocazioni» gli grida in faccia. Dietro la Saltamartini le amazzoni ex aennine Paola Frassinetti e Viviana Beccalossi a darle manforte. E l’altro paonazzo: «Taci tu, camorrista, ladra, mafiosa». Non l’avesse mai detto: il tafferuglio si propaga a quasi tutto l’emiciclo. Volano i «vaffanculo» e i «vergogna» e spunta l’anima destrorsa degli antichi camerati: «Le donne non si toccanooooo» e via a dar manforte al trio rosa-nero. I commessi hanno un gran daffare per placcare gli aennini furibondi: parte Vincenzo Piso, scatta Fabio Rampelli, accorrono anche Giovanni Dima e Francesco Biava. L’aretino Maurizio Bianconi grida a squarciagola a Barbato: «Pezzo di merdaaaaa». L’Aula si trasforma in curva sud. I diepietristi a difendere Barbato che rischia il linciaggio. Nel trambusto qualche commesso si prende una gomitata nella pancia: «Che cazzo mi tieni? Lasciamiiii». Ma le scintille sono anche tra pidiellini: nel caos, Marcello De Angelis battibecca con il capogruppo Cicchitto che cerca di frenare gli ex aennini: «Che cazzo fai?»; «Che cazzo vuoi?». Poi saranno scuse e strette di mano. La Mussolini contro Marco Marsilio e Fabio Rampelli: «Mi hanno detto “Ecco, sei contenta? Stai attenta, devi stare attenta!”. Cos’è una minaccia?». Rampelli nega: «Mai minacciata una donna in vita mia, io».
Intanto il calabrese Giovanni Dima è quasi arrivato a tiro. Cerca di colpire Barbato ma davanti a sé ha il pavese Carlo Nola, un bestione da cento e passa chili. Lui sì che riesce a colpire: bum. Manata in pieno volto. Nel tutti contro tutti, molti sono contro la presidente Bindi: «Quando guidano Lupi o Fini a quel Barbato tolgono la parola». La rissa scema col commento di un leghista: «Ma robb de matt… Varda cum el mena el camerata».
E ora? Alla buvette il vicepresidente Lupi cerca di sdrammatizzare: «Vedremo il filmato al moviolone. Chiameremo Tombolini e poi vedremo». E dall’ufficio di presidenza della Camera arriverà il verdetto: i protagonisti della scazzottata rischiano una sospensione massima di 15 giorni.

di Francesco Cramer, Il Giornale, giovedì 8 luglio

Ma non è colpa di D’Alema

Pubblicato: 27 gennaio 2010 in Politica
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Nelle analisi e nei commenti del dopo voto in Puglia si è registrato un crescente tiro al bersaglio contro Massimo D’Alema, innalzato come vero volto sconfitto del Partito Democratico nelle primarie. Militanti pasionari, oppositori, la minoranza veltronian-franceschiniana…tutti hanno alzato il tiro contro l’ex premier. Un tiro al bersaglio che era già iniziato da dicembre quando D’Alema si era fatto promotore dell’azione di avvicinamento all’UDC. Ma è davvero colpa di D’Alema?

Guardando bene la non rosea situazione del PD si intravedono tre nodi principali. Quattro se vogliamo considerare i quotidiani di oggi.

Il primo è il caso Del Bono a Bologna. Come non mi sono soffermato sulla vicenda Berlusconi-D’Addario e sul caso Marrazzo, non intendo certo iniziare ora a mettere il naso nel lato gossipparo del cosiddetto Cinzia-gate che ha travolto l’ex primo cittadino di Bologna. Lo scandalo e i presunti reati commessi però non bastano a spiegare le repentine dimissioni di chi fino al giorno prima gridava di non dimettersi neanche in presenza di avviso di garanzia. No, non bastano. Il motivo è da ricercare in quell’ideale superiorità morale che il PD esige per sé e per i suoi appartenenti. Una storia che ha origini lontane, prima con i saldi principi del PCI, poi con la questione morale di Berlinguer, fino alle storture di chi scrive che chi vota Berlusconi è analfabeta e delinquente. E a bene vedere questa molto decantata pretesa superiorità morale del PD e del suo elettorato sugli altri appare sempre più un “buon proposito per il nuovo anno”: basta solo ricordare come nell’ultimo anno si siano susseguite le vicende Bassolino in Campania, lo scandalo sanità in Puglia, il caso Marrazzo nel Lazio, lo scandalo Quadra a Firenze e ora il Cinzagate a Bologna. Tutti i centri di potere territoriali sembrano toccati in qualche modo da un non certo superiorità morale. Su questo si concorderà che D’Alema non centra affatto.

Gli ultimi tre punti se vogliamo sono collegati in un disegno più ampio che riguarda le elezioni regionali: la candidatura della Bonino nel Lazio, Vendola in Puglia e il neo patto di ferro fra Pd e Di Pietro. Posto che la candidatura della Bonino appare più il frutto della mancanza di iniziativa politica in una regione data per persa e nella quale nessuno ha avuto il coraggio di farsi avanti per non bruciarsi, il vero ciclone è stata la stravittoria di Vendola alle primarie. Vendola stravince contro il già sconfitto e poco carismatico Boccia, al quale, oltre al ringraziamento per la disponibilità data, andrebbe dato anche un indennizzo per essersi messo in piazza a farsi prendere a schiaffi. E per la seconda volta.

Sul caso Puglia in molti si interrogano se sia stato punito una segreteria rea di troppa timidezza contro Berlusconi e una ricercata trama di alleanze che farebbe molto DC e poco sinistra dura e pura. Il problema però non è solo questo. Se D’Alema ha una colpa, è quella di aver capito anzi tempo che un PD alleato a Di Pietro e legato ai puristi dell’antidialogo non va molto lontano. Si è visto con la fallimentare gestione Veltroni e con l’ancor più fallimentare gestione Franceschini. In capo ad un anno il PD è passato dal 33 % al 26 %, ha perso l’Abruzzo, la Sardegna e la maggioranza delle amministrazioni che governava. Il Pd è in mezzo ad un guado fra riformisti e puristi. Fra chi cerca il dialogo e vuole allargare la coalizione e chi invece punta ad una mini rivoluzione culturale e politica. Non può non sfuggire una contraddizione fondamentale nella politica del PD. Per due mesi D’Alema ha tentato di costruire un laboratorio di alternanza politica al centrodestra ponendosi come partito cardine di un’alleanza fra UdC e IdV. Una sorta di Casa delle Libertà di Sinistra, con l’IdV a fare le veci della Lega (anche se a destra la Lega stava fuori) e il PD a coprire il fu ruolo di Forza Italia e AN. Un progetto ambizioso, che ora come ora appare più che mai congelato. Ancora una volta l’errore del PD non è stato né di scollamento con il proprio elettorato né di eccessivo “tramismo”. Certo magari si poteva ricercare una candidatura più carismatica di Boccia, ma il vero errore è stato un altro. L’aver fatto risolvere questa disputa sulle politiche del partito ai militanti pasionari. In una parola, il male sta ancora nelle primarie.

Le primarie sono state un’ottima intuizione politica e nessuno mette in dubbio la loro capacità di “dare” carisma ad un candidato e di coinvolgere l’elettorato. Ma è altresì un’arma a doppio taglio. Le primarie sono uno strumento che dopo un po’ rischia di stancare e dall’altra rischia di richiamare solamente quell’elettorato

militante che veramente non può fare a meno di fare politica ovunque sia. Quell’elettorato di duri e puri che è per sua stessa definizione minoritario. Certo 192.000 elettori e il 73 % sono per Vendola un suffragio degno di lode, ma la domanda che sorge spontanea è chi sia quell’elettorato. Un elettorato di sinistra di sicuro. Ma chi sono? La storia d’Italia insegna che siamo un paese moderato e che le elezioni le vince lo schieramento che convince l’elettore “ad andare a votare”. Fate attenzione. Si dice “ad andare a votare”. Se analizziamo le elezioni politiche in Italia, notiamo che più alto è il numero degli elettori, maggiore è il risultato dei partiti moderati. Nella fattispecie di centrodestra. Il problema del PD non è di coprirsi le spalle a sinistra, quelle sono già coperte di natura. Il problema è allargare la base dell’elettorato, che si apre solamente guardando al centro. Non chiudendosi a riccio nelle proprie battaglie. Chiaramente così facendo qualche battaglia può essere vinta. Lo stesso Vendola si inserisce in questo quadro, anche se 5 anni fa fu eletto in un quadro d’insieme che era fortemente favorevole alla sinistra mentre oggi non è così. Portare i fuori sede a votarti in massa facendoli sopportare un viaggio lungo un notte non è da tutti. Anzi è una cosa straordinaria. Ma le elezioni non si vincono con gli studenti fuori sede. Ne sa qualcosa Soru che perso la Sardegna perchè il voto moderato si è sommato a quello dei delusi e degli elettori di centrodestra. Una sconfitta che fu fatale anche a Veltroni. In questo caso, una sconfitta in Puglia non sarà certo fatale al tandem Bersani-D’Alema.

Qual’è quindi la colpa di D’Alema? Aver cercato di dare una svolta al partito? Aver tentato di stringere un’alleanza su tre regioni strategiche con l’UDC e che poteva portare ad una nuova coalizione di maggioranza nel 2013? La partita non è chiusa, e la strada è ancora lunga. C’è da credere che la minoranza franceschinian-veltroniana affilerà i coltelli per il post elezioni regionali se il PD non terrà all’assalto del PDL, ma dubitiamo che siano una minaccia credibile. Come neo presidente del COPASIR c’è da credere che D’Alema intensificherà ancora di più la sua attività, visto che diventerà l’interlocutore privilegiato di Letta e quindi di Berlusconi. Resta l’amaro per un’occasione sprecata. Tre dovevano essere le regioni dell’accordo con l’UDC. Di queste solo il Piemonte è stato portato a casa con la convergenza sulla candidata Bresso. In Lazio si rinsaldano seppur a fatica PDL e UDC. Ed è di oggi la notizia che Casini ha chiesto al PDL di convergere sullo stesso candidato in Puglia.

Facci: I servizietti segreti di Di Pietro

Pubblicato: 18 gennaio 2010 in Politica
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Pubblichiamo di seguito il link all’articolo indagine di Filippo Facci su Libero, che nei giorni scorsi è stato anticipato dalla denuncia di Di Pietro che ha bollato come “bidone” tutte le rivelazioni e il dossier.

I servizietti segreti di Di Pietro.

Pubblichiamo di seguito il link al nuovo post del blog di Luigi Crespi dell’Istituto Crespi Ricerche, sulle intenzioni di voto:

INTENZIONI DI VOTO: CRESCONO PDL, LEGA E RADICALI

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Che sarebbe finita così era nell’aria da quando Franceschini ruppe ogni indugio e chiamò i suoi fedelissimi alle armi contro il Generalissimo Bersani. In quel “non posso lasciare il partito nelle mano di chi c’era prima”, era condensata da una parte la voglia delle “seconde linee” di stare al comando e anche l’amarezza chi già si vedeva andare via.

Fra questi troneggiava la figura del buon vecchio Rutelli. “Vado via subito con dolore” ha dichiarato dopo la sconfitta di Franceschini alle primarie. Sul dolore sono d’accordo. E’ il subito che trae in inganno.  Sbaglia chi riconduce l’addio di Rutelli alla vittoria di Bersani al congresso oppure liquidando il tutto a mire “inciucistiche” con Casini. Rutelli è stato costretto all’addio. Il buon Francesco ha sciolto in tre minuti il suo partito, la Margherita, un partito che da solo aspirava al dieci per cento. Un partito che era anche l’alleato “scomodo” dei Democratici di Sinistra. Era il nocciolo duro dei centristi-cristiani-cattolici di sinistra. Era il partito dei Fioroni, dei Marini, della Binetti e pure del buon Rutelli.Un partito che su questioni etiche si è sempre ben distinti dai DS, allineandosi spesso e volentieri sull’asse Forza Italia-Alleanza Nazionale-Lega-UDC.

La mossa del partito unico, del grande partito riformista, si è alla fine rivelata una mossa per inglobare gli alleati scomodi e recalcitranti alla logica degli ex-PCI. E’ palese, basta vedere che fine ha fatto oggi il sogno veltroniano e le grandi folle che invadevano Roma per Walter. Così Rutelli si è trovato in un partito che dopo manco un anno ha perso il suo leader e che aveva scelto di risolvere la questione della linea etica/morale non risolvendola. Si è trovato relegato a Presidente del COPASIR, importantissima commissione parlamentare, ma pur sempre una commissione parlamentare. Ma soprattutto si è trovato prima quasi ri-relegato al ruolo di eterno sindaco di Roma. Lui che era stato anche il candidato Premier dell’Ulivo. Poi si è trovato per terra, colpito alla schiena dal fuoco amico di sessantamila voti che al ballottaggio gli hanno voltato le spalle. Era nero in volto il buon Rutelli. “Analizzeremo i dati e cercheremo di comprendere chi sono i circa centomila elettori del centrosinistra che si sono astenuti nel ballottaggio anche come contraccolpo alle elezioni politiche. Va analizzato anche il numero di elettori che hanno votato Zingaretti e Alemanno. Per parte mia penso di avere fatto il mio dovere. Nella mia vita pubblica ho avuto tante soddisfazioni, tanti successi, ma quella di oggi è una sconfitta e un’amarezza grande”. Questo è stato il discorso di addio di Rutelli al PD. Era il 28 aprile 2008.

Oggi Rutelli annuncia che ha dato vita ad un nuovo soggetto politico: “Alleanza per l’Italia”. La prima convention nazionale si terrà a Parma l’11 e 12 dicembre. In preda alla mania della scelta on line, che fu prima di Grillo, poi Berlusconi, di Renzi, per arrivare ai mitici messaggi via twitter di Franceschini e Di Pietro, ecco che l’ex sindaco di Roma ha annunciato che “il logo sarà scelto on line”.  Il pensiero del nuovo soggetto politico è noto. Basta riguardare a quello che Rutelli ha scritto nel suo libro La Svolta (qui l’articolo).

La cosa interessante è che sarà il partito degli addii. La prima grande conseguenza della civil war del PD. Sarà un caso, ma da quando è noto che Bersani ha vinto le primarie, sono ben 10 i parlamentari che hanno abbandonato le rispettive formazioni nell’opposizione. Dal PD se ne sono andati Rutelli, Calearo, Cacciari, Dellai e Lanzillotta (notizia di oggi). Dall’UDC si è dimesso Tabacci, che infatti è nominato portavoce di questo partito che ancora non c’è. Dall’Italia dei Valori se ne sono andati Pisicchio, Misiti, Razzi e Astore.

Certo, formalmente Tabacci se n’è andato dall’UDC dopo l’incontro Casini-Berlusconi, che ha segnato un disgelo nei rapporti fra lo scudo crociato e il “Crociato di Arcore” che può essere cruciale per il futuro del centrodestra. Gli esuli dell’Italia dei Valori se ne sono andati in seguito alla guerra intestina che si sta combattendo al di dentro del partito dell’ex PM. Passare dal 2 % al 10 % e continuare a gestire tutto in famiglia non ha fatto bene al buon Tonino. Dopo gli affondi di Flores D’Arcais su Micromega e la fronda che sta allestendo De Magistris, ecco che l’IdV appare più fragile di quanto non si pensi. Il partito è lacerato dal conflitto fra giustizialisti ed ex democristiani. Fra chi denuncia le logiche clientelari e chi non ce la fa più a stare sotto un padre padrone. Di Pietro rischia quasi di esser defenestrato dal proprio partito. Non è un caso che sia passato dall’opposizione dura e pura al quasi dialogo sul tema delle riforme. Sarà interessante veder come si evolverà la situazione. Ma dopotutto quando si ha come numero due del partito Leoluca Orlando, che stando a quanto racconta Cossiga sul suo ultimo libro, ha come motto “meglio mille innocenti in carcere che un mafioso libero”, beh mi pare che la situazione di dove si andrà a finire è chiara.

Al momento pare che tutti questi addii ruotino intorno a Rutelli. Per ora sono dieci. Manca solo il portiere.