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Il bello del Meeting di Rimini

Pubblicato: 30 agosto 2009 in Cronaca
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Si è chiusa ieri pomeriggio la trentesima edizione del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.  Anche quest’anno la kermesse riminese ha fatto il pieno di visitatori. 800.000 persone si sono stipate all’interno dei padiglioni della fiera e hanno vagato fra le mostre, gli incontri e gli stand.

Quello che colpisce il visitatore è la cura e l’ordine del meeting. Il meeting non è una fiera come un’altra. Non si va al meeting come si può andare alla fiera del brigidino di Lamporecchio. Così per vivere a pieno il meeting occorre avere la libertà di stare alla proposta che il meeting ti fa. Tale proposta si concretizza principalmente in due modalità: incontri e mostre.

Tanto caro al popolo del meeting è la parola incontro. Come ha insegnato il Don Giuss, l’incontro è la dinamica stessa del cristianesimo: Cristo ha incontrato prima Andrea e Giovanni e da lì è arrivato oggi a milioni di persone. Da Blair a Pansa, passando per la Gelmini, Bersani, Draghi, Passera, Tremonti e molti altri, anche quest’anno l’agenda del meeting è stata piena di appuntamenti di rilevanza internazionale. Le parole più belle che ho sentito sul meeting, rivolte da un’ospite, sono state quelle scritte da Giampaolo Pansa in un articolo dell’Espresso nel 2008 “Lì c’era un popolo ossia una folla sterminata di gente comune, però non qualunque, spesso di condizione modeste e a famiglie intere, e tutti avevano nel cuore il desiderio di stare insieme, ma anche di incontrare persone diverse da loro. Questa gente non ti chiedeva da dove venivi ma voleva soltanto comprendere dove stavi andando. E ogni volta mi sono sentito ascoltato e mai giudicato. Non mi era mai successo.” Non si vuole imporre un’idea o infiammare le masse, ma si tratta di capire chi sei e cosa fai. Cosa vivi.

Il cuore pulsante del Meeting di Rimini sono le mostre. Potete girare per i padiglioni e trovarvi faccia a faccia con la vita del rione sanità, l’esperienza di Pavel Florenskij e l’arte di Masaccio, Beato Angelico e Piero della Francesca, per poi ritrovarvi in compagnia di Galileo a guardare il cielo come lo vedeva lui e a cogliere la curiosità che l’ha mosso, oppure immergervi nell’esperienza e nella vita di Sant’Agostino. Ogni mostra è composta da pannelli che rendono testimonianza di un evento, di un’esperienza. E il bello del Meeting è che per cogliere dal profondo queste testimonianze, ti mette a disposione dei veri e propri testimoni: i volontari. Guardare le mostre senza la visita guidata è come guardare un film senza audio. Vedi le immagini, ma non cogli il senso.

Come hanno scritto ieri su ilsussidiario.net “Tutti – relatori, ospiti e noi per primi – sono stati conquistati innanzitutto dallo spettacolo di quasi 4.000 volontari, che hanno pagato vitto e alloggio per potere lavorare al Meeting, segno di un desiderio di fare un’esperienza, cioè di vivere ciò che fa crescere, e di condividerla con chiunque. È un autentico “miracolo” che si ripete da trent’anni e che – a detta di tanti – è impossibile trovare altrove, frutto di un’educazione a vivere la gratuità come dimensione di ogni rapporto.” Loro sono la testimonianza evidente della bellezza del meeting.

Nel passato molti giornalisti hanno cercato di scrivere pezzi sul perchè questa marea di adolescenti, ragazzi, famiglie, prendono una settimana della loro vita e la dedicano al meeting. Non si tratta di politica, non si tratta di paga. Anzi per stare lì a fare i volontari, ciascuno si paga vitto e alloggio. E allora perchè troviamo gente che non solo dagli angoli più remoti dell’Italia, ma anche dal Brasile, dall’Africa, dall’Europa, prende una settimana delle proprie ferie e si reca a lavorare al Meeting con ritmi massacranti?

Il senso di questa adesione è rintracciabile ed evidente in quella che è stata la mostra dedicata a Sant’Agostino: “Sant’Agostino. Si conosce solo ciò che si ama”. Ieri mi trovavo fra la folla  e ad un certo punto la guida arriva al punto in cui nel 410 i barbari saccheggiano Roma. La regina del mondo è caduta dopo quasi un millennio. In quel periodo drammatico, i pagani attaccano i cristiani. Erano solo 20 anni che la religione cristiana era diventata la religione dell’Impero, e i pagani puntavano il dito verso quel Dio che aveva indebolito Roma, che era stata forte fino ad allora con i suoi dei. A queste accuse Agostino replica con forza:

Oh Cristiano perchè ti turbi? il tuo cuore si turba per le tribolazioni del mondo, come la barca dove Cristo stava dormendo. Ecco il motivo per cui, o uomo assennato, il tuo cuore si turba: ecco qual’è il motivo. La barca in cui dorme Cristo è il cuore in cui dorme la fede (…) La tua fede si ridesti e Cristo comincerà a parlarti: “Perchè ti turbi?” Tutte queste cose te le ho predette. Te le ho predette perchè, quando fossero giunti i mali, tu sperassi i beni per non perderti d’animo a causa dei mali. Ti meravigli che il mondo va in rovina? Meravigliati che il mondo è invecchiato (…) “Ecco – si dice – al tempo dei cristiani Roma va in rovina”. Forse però Roma non è spacciata; forse è stata sottoposta a dure prove, ma non è stata tolta di mezzo; forse è stata castigata, ma non distrutta. Forse Roma non perirà, se non periranno i Romani. Non Periranno se loderanno Dio. (Discorso 81, 8-9)

Dove poggia quindi il cuore degli uomini? Sulla Roccia di Dio o sulla sabbia?  Il volontario, poco più che un ragazzino, ha detto chiaro e tondo che questo è il motivo perchè lui e gli altri lavorano al meeting. Non è per fare il bravo ciellino militante, anche perchè sennò dopo la prima o la seconda volta ti stufi. Lavori e stai al Meeting per costruire la Chiesa di Dio lì e ora. Questo è il bello del Meeting di Rimini.

It is a privilege to address the famous Rimini Meeting. It is an honour to be associated with “Communione e Liberazione.” It is a pleasure always to be in Italy. It is here in this country that I have spent many happy times; and where 30 years ago, almost to the day, I proposed to my wife and three decades and four children later, I at least am still pleased to recall the memory.

I am also, as you know, a very new entrant to the Catholic Church. I am therefore humble about addressing such an august gathering of so many eminent people. But I thank you for making me so welcome. Ever since I began preparations to become a Catholic I felt I was coming home; and this is now where my heart is, where I know I belong.

I have just returned from China. I visit China often. It has endless fascination for me as I watch it develop, not just economically, but politically and culturally. A feature of my visit was to discuss climate change with the Chinese leadership, and issue on which, contrary to much Western suspicion, China is showing real determination and commitment to put its economy on a low carbon path. I spoke at a meeting in one of the poorest provinces in a city called Guiyang and witnessed their challenge: to bring their people out of acute poverty by economic growth, at the same time as trying to make such growth sustainable through using clean energy sources like solar power.

But, as ever, what I came away with was more than I expected. I also discussed healthcare reform and how China seeks to develop its own welfare state. They are grappling precisely with the relationship between the person, the state and the community and coming up with some interesting and radical solutions that might surprise us. They are studying what we have done, what we have got right and what we have got wrong. They are acutely aware of the balance between the state and the need for individual responsibility, between universal provision and competition. They will do it, of course, in a Chinese way, but the dilemmas and choices in policy we would recognise instantly.

However, there was something else that excited me. I know relations between China and the Church remain difficult for obvious reasons, though I hope in time these can be resolved. But listening carefully to the speeches on the environment, hearing the way they describe the relationship between the individual and government, society and the state, I was struck at how, increasingly, China is developing a narrative about its future that draw heavily on its culture, on its civilisation now thousands of years old, and on its Faith traditions and philosophy: Confucianism, Taoism, Buddhism. Several people I met talked openly of their Faith and yes, some were Christians, part of a growing Christian movement.

China, a country both ancient and new, the People’s Republic celebrating its 60th anniversary this year, is expressing in its own fashion, the limits and limitations of seeing society simply as a technocratic or legal bargain between individual and state.

This should give us pause for reflection; and hope too.

As Prime Minister of the UK for 10 years, but also as Leader of the Labour Party for 13, during which time I reformed its constitution precisely around the relationship between the individual and the state, I learnt many things. I began hoping to please all of the people all of the time; and ended wondering if I was pleasing any of the people any of the time. But that’s another story.

I learnt that the state is best when enabling and empowering; when it is seeking to supplement the individual’s efforts and creativity and not substitute for them; when rather than trying to control our lives, it seeks to widen our opportunities to control our own. We need the state to help organise public services upon which, particularly the poorest people depend.

But we don’t need the state always to run them and we need such services to be accountable to the people, not the other way round.

I trace the development of 20th century politics and ideology in this way. In the early 20th century, the Industrial Revolution had transformed the world of work, but many were without protection, the fruits of their labour taken from them. So in all our nations, the welfare state began – systems of national insurance, public education and healthcare.

But, in time, as people grew more prosperous and their taxes funded the services provided, so they began to look for quality, choice, systems more responsive to their individual needs.

Thus began, certainly in the UK, but also elsewhere, the drive for reform, for curbing the power of the state, indeed the power of all collectivist institutions like trade unions.

Today we seek a balance between the equity of state provision; and the individual choice more usually associated with the private sector. I developed this, in the UK, into what I called a Third Way between an over mighty state and an untrammelled market. This was the philosophy behind our reforms in the National Health Service, education, pensions and welfare.

We also strongly developed the community or voluntary sector. As Professor Vittadini knows – and I commend greatly the work of Fondazione Sussidiareta – there is not just room, but a growing space today for organisations of civic society to step forward and do things that neither market nor state can do.

Many such activities derive from people of Faith; many from our Church. I think of the work it does in tending the sick, comforting the distressed, befriending those without friends on our streets, in our cities but also in remote parts of Africa where without our Church, driven by our Faith, many would be without hope, without love, even without life itself. I only wish these good works received as much publicity that any failings receive.

But such work has a more profound significance and this I also learnt in my years running the government of a major country. I learnt over time that person and state, even bolstered by community is insufficient. That a society to be truly harmonious, to be complete, also requires a place for Faith.

The limits to individualism are in one sense, plain. We only need to contemplate the financial crisis to understand that the pursuit of maximum short-term profit, without proper regard to the communal good, is a mistake and leads to neither profit nor good. Yet, at a deeper level, the case against a purely individualistic or materialistic philosophy has to be made. Young people today have access to technology, to opportunity, to experiences good and bad on a scale my generation never knew and my father’s generation would find fantastical, like something out of science fiction.

The danger is clear: that pursuit of pleasure becomes an end in itself. It is here that Faith can step in, can show us a proper sense of duty to others, responsibility for the world around us, can lead us to, as the Holy Father calls it “Caritas in Veritate.”

After the experience of fascism, Soviet Communism or viewing life in North Korea or the Cultural Revolution in China, it is easier for us to grasp the dangers of a too-powerful state.

But I would argue that even the concept of community has its limitations. We use the word in two senses: one to distinguish it from government, to emphasise civic society if you like; the other sense is just to describe the general community of public opinion. In politics, of course, especially in a democracy, “the people” are the boss; public opinion is to be courted and if not surrendered to, as least managed.

It is here that Faith enlarges and enriches the idea of community. The recent Papal Encyclical is a remarkable document in many respects. It repays reading and re-reading. But one strand throughout it, is a strong rejoinder to the notion of relativism, to the description of the human condition in society as just some amoral negotiation or set of compromises with modernity; or even just obedience to the majority opinion. Not that it is anti-technology or anti-modern; or indeed anti-democratic.

But it widens and deepens the relationship between individuals and the community in which they live. It puts God’s Truth at the centre of it. In one passage, it describes humanism devoid of Faith as “inhuman humanism”: “Without God, man neither knows which way to go, nor even understands who he is.”

I think this even more relevant today for this reason. We live in the era of globalisation. Our countries, our communities are increasingly melting pots of different Faiths, races, cultures, ethnic backgrounds. The internet, mass communication, travel, migration: the world is coming together. One danger is we lose our identity.

But there is another: that we fail to understand that a global community, just like a country, if it is not to be dominated merely by the most powerful or driven by the short-term, needs a strong sense of shared purpose, a countervailing force generated by the pursuit of the Common Good.

There is no going back to old insularities. We are indeed today interdependent. Take any challenge – the financial crisis, climate change, terrorism. None of these can be solved by any one nation alone, not even America. We have no alternative but to seek alliances. But to what ends and motivated by which values?

Again, to quote the Pope: “Globalisation makes us neighbours but it does not make us brothers.”

How will we deal with the world’s scarce resources? Who will speak up for the poor, the dispossessed, the refugee, the migrant? How will we bring understanding in place of ignorance and tolerance in place of fear?

It is into this space that the world of Faith and of course the Catholic Church, the universal Church – itself the model of a global institution – must step.

Political leaders on their own – I tell you very frankly – cannot do this. Not because they are bad people; but because the context and constraints within which they operate make it hard for them to do so. But they can be helped. I remember when we put climate change and global poverty on the G8 agenda in Gleneagles in 2005, there was considerable disquiet amongst the politicians, worried about the demands made on them. But their burden was lightened by the Christian Church giving such solid and clear support.

In seeking this path of Truth, lit by God’s Love and paved by God’s Grace, the Church can be the insistent spiritual voice that makes globalisation our servant not our master.

It has another purpose too. A natural part of such a mission, is to work with those of other Faiths, in our countries and beyond. In my foundation – dedicated to respect and understanding between the religious Faiths – I always say clearly: I am and remain a Christian, seeking salvation thru our Lord, Jesus Christ. Globalisation may push people of different Faiths together. But it does not mean we all become of one, lowest common denominator, belief. We are together but retain our distinctive Faith. We respect each other. We are not the same as each other.

However, we work together. So my foundation has a schools programme now operating in around 20 countries in three continents that as part of student’s religious education uses the internet to let them talk to each other across the Faith divide. So last month I joined a session between a school in Delhi, one Bolton in England and one in Palestine.

We also have a programme to link up the Faiths in the fight against malaria, which kills one million people, mainly children each year in Africa. Many communities in Africa do not have a health clinic. But every community has a Church or Mosque. We are helping establish interFaith organisations – starting with that of Nigeria led by the Archbishop of Abuja and the Sultan of Sokoto, the leader of the Muslim community. They will, with help from the World Bank, mobilise their Faith communities, train health workers, provide and bring the medicines and bed nets that can save lives. I could also point to examples in Rwanda, Mozambique and Mali.

Here is the point. Too often religion is seen as a source of conflict and division. It is this manifestation that allows the aggressive secularism in part of the West to gain traction. Show instead how Faith is standing up for justice, for solidarity across peoples and nations, and how it is doing so with those of other Faiths and we show the true face of God’s love, mercy and compassion.

This is surely the role of Faith in modern times. To do what it alone can do. To achieve what neither a person, nor a state, nor a community, on their own or even together, can achieve. To represent God’s Truth, not limited by human frailty, or by the interests of the state or by the transient mores of a community, however well intentioned; but to let that Truth bestow on us humility, love of neighbour, and the true knowledge that indeed passes all understanding.

This is Faith, not as superstition, not as an insurance against life’s pitfalls, but Faith as the salvation of the human condition.

Faith not as magic, not as an escape from life’s complexities, but Faith as purpose in life. Faith, not as a mystery we seek to solve; but Faith as a mystery which expresses the limitations of the human mind.

Faith and Reason are in alliance, not opposition.

They support each other; embrace each other; strengthen each other. They are not in a struggle for supremacy. Together they are supreme.

That is why the voice of the Church should be heard. That is why it should speak confidently, clearly and openly. Because within any nation and beyond it, in the community of nations, the voice of Faith needs to be and must be heard,

It is our mission for the 21st century. For modern times. For the future. Science, technology, all the advances of humankind, do not make its voice less important. They make it more so.

So, even with all the diffidence of someone newly into full communion with the Catholic Church, I say: be strong and of good courage. The best days of our Faith, with God’s will, lie ahead of us.

Thank you.

Tony Blair

http://www.meetingrimini.org/

Bersani al Meeting e Fini al PD

Pubblicato: 27 agosto 2009 in Politica
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Aprendo oggi i giornali ci sono due notizie che incuriosiscono. La prima è che ieri sera il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha strappato applausi su applausi alla Festa Democratica di Genova. La notizia di per se’ è questa. Non c’è nessuna novità nel discorso di Fini. E’ ben nota la sua posizione sul testamento biologico e sulla Lega Nord. Tant’è che non viene apportata alcuna critica al decreto varato dal governo, ma il bersaglio dell’ex figlioccio di Almirante è proprio il carroccio. Detto questo occorre fare due considerazioni: la prima è che Fini ha necessità di costruire una sua base e una politica definita se vuole aspirare a governare il PDL. I suoi stessi valorosi colonnelli ex AN come La Russa e Gasparri sembrano oggi più fedeli a Berlusconi che all’ex leader di partito. Che fare quindi? E’ necessario smarcarsi. Creare nuovo consenso interno al PDL e anche fuori. Mostrarsi come alternativa. Si può essere d’accordo o meno sulle esternazioni di Fini e su come si muove, ma indubbiamente lo fa in vista dell’obiettivo finale: elezioni 2013. Inoltre occorre considerare che Fini ricopre la terza carica dello Stato ed è praticamente suo dovere istituzionale muoversi in modo bipartisan. Il Presidente della Camera non può essere schierato. Deve esercitare una funzione di garante. Di fronte ad una maggiornanza compatta e ben nutrita, il buon Gianfranco, che da sempre è uomo di Stato, vede bene di mettersi a fare da contraltare allo starpotere della maggiornaza. Una sorta di Presidente della Repubblica in chiave camerale. Chissà se in fondo in fondo il suo obiettivo non sia quello di andare ad abitare al Quirinale. Il processo di sdoganamento sarebbe completo: da leader di un partito di destra missina e di pura opposizione parlamentare a Presidente della Repubblica, passando da leader di forza di governo moderata (tendente al PPE) e presidente della Camera.

L’altra notizia è l’intervento del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al Meeting di Rimini. Molti si sono focalizzati sulle dichiarazioni del governatore, che alla sua prima a Rimini, non solo ha riscosso applausi e standing ovation ma ha anche detto che il peggio della crisi è passato. Rimando ad altri lo specifico dell’intervento di Draghi, perchè preferisco concentrarmi sulla notozia nella notizia. Bersani. Bersani al Meeting di CL.

In molti si perparavano a questo giorno, e se Fini non calcava la mano sulla Lega forse tutti i titoloni dei giornali erano per Draghi e Bersani. Viene quasi da pensare che i dalemiani avevano ragione quando parlavano male degli incontri alla Festa del PD di Genova e della regia franceschiniana. Meno male per loro che nessuno sembra essersi accorto, con tutto il rispetto, che Fini dialogava con Franco Marini.

Fra Bersani e il popolo del Meeting c’è un feeling particolare. Che ha origini lontane. Ad uno speciale del Meeting di qualche anno fa lo stesso Vittadini rispondeva uno stizzito “ho votato Bersani” al giornalista che chiedeva conto dei voti di CL a Forza Italia. E’ un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto. Rispetto di dire le cose pane al pane e vino al vino, senza nascondersi dietro a un dito o senza dover smentire o retificare. E’ stato interessante leggere ieri gli editoriali e i commenti di Europa, che vedeva l’incontro Bersani-CL con il fumo negli occhi. In un accorato editoriale dal titolo abbastanza eloquente “A chi va il tifo di CL”, i due giornalisti (Farinone e Merlo) puntavano il dito su questa sorta di papocchio per richiamare ad una coscenza franceschiniana del partito. La stigmatizzazione di Comunione e Liberazione colpevole di essere sempre stata avversa al cattolicesimo democratico. Ovvero la sinistra DC. Non lo dicono, ma i due vorrebbero gridare addosso ai “cattolici integralisti” (come chiama i ciellini il Manifesto). Ovviamente il tutto è solo un pretesto per ricordare la grande tradizione cattolico democratica e la necessità di non fare un partito polacco o che sia la riedizione del vecchio PCI. Le stesse cose. Niente di nuovo. Dopo quasi due mesi di “road to congresso” potrebbero impegnarsi un po’ di più nel muovere accuse a Bersani.

Bersani e il Meeting dicevamo. Un bel rapporto. Nel 2006, a un’anno dalla scomparsa del Don Giuss, toccò proprio a Bersani presidere all’incontro più importante del Meeting: l’incontro di chiusura del sabato. Lì Bersani fu chiamato a presentare l’ultimo libro del prete brianzolo “DallUtopia alla Presenza (1975-1978)”. Ma Pierluigi è ospite del Meeting dal 1998! E mentre tutti i commentatori si immaginavano chissà quale svolta politica, Bersani stava là a rispondere e a commenatare l’intervento di Draghi. I temi congressuali non sono stati minimamente toccati. L’unica cosa da registrare in merito è stato l’augurio di Lupi (vicepresidente della Camera – PDL) in vista del congresso con tanto di applausi dal pubblico. Nessuna malizia, solo un sincero incitamento da amico, come la pacca sulla spalla che si dà al compagno che sta per entrare a dare l’esame di Statistica.

Come dicevamo il rapporto di Bersani con il popolo del meeting nasce da lontano e trova forse il suo epicentro in quella spinta alla sussidiarietà e all’economia del terzo setteore e delle cooperative così care sia all’uno che all’altro. “La sinistra non nasce statalista. Nasce nelle leghe operaie, nelle società di mutuo soccorso, insomma nell’autorganizzazione. Questo spirito va recuperato in una visione moderna, in uno Stato capace di garantire l’universalità dei diritti anche valorizzando le autonomie e le vocazioni delle comunità”. E’ sussidiarietà concreta. Così si presenta Bersani. Un uomo concreto che fa delle “proprie radici l’orizzonte da cui partire”. Dopo si può anche parlare di apertura sulle coppie di fatto, come aveva detto Bersani nella sua scesa in campo, basta ascoltare le ragioni dell’uno e dell’altro. Il problema non è dogmatico, ma di ragione sulle cose. E quanti oggi si scandalizzano alle uscite troppo laiche di Bersani, farebbero bene a ricordarsi che proprio esponenti del cattolicesimo democratico hanno prima detto di essere “dei cattolici adulti” quindi chissenefrega del Papa e poi hanno cercato di portare avanti i DICO.

Non è un problema di pura preferenza della destra PCI sulla sinistra DC. Anche Letta è al Meeting e non è di certo della destra PCI…E’ un problema di coscenza di se’. Bersani lo dice chiaro e tondo che i partiti sono un mezzo e non il fine della politica. “La gente va guardata all’altezza degli occhi sennò non la capisci”. Guardare in faccia la gente e discutere con loro vis a vis. Un faccia a faccia che significa apertura al dialogo e chiarezza delle rispettive storie e punti di partenza. Uomini prima che politici. “Può darsi che sia una giornata persa per la mia campagna elettorale, ma dopo il congresso c’è la vita davanti.” Esperienza di vita. Non trame politiche.

Cos’è il Meeting di Rimini

Pubblicato: 24 agosto 2009 in Politica
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In questa settimana la gran parte degli articoli e dei servizi dei telegiornali riguardanti la politica (e non solo), avranno un significativo punto in comune: tutto avrà come scenario il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

Anche noi ne abbiamo già parlato brevemente la scorsa settimana. Avendo come scopo principale quello di voler dare un aiuto per poter  capire cos’è questo Meeting, riportiamo di seguito un intervento di Emanuele Roselli, consigliere comunale di Firenze per il PDL, apparso ieri in prima pagina su “Il Giornale della Toscana” (l’edizione con la cronaca locale de Il Giornale). In molti parlano e parleranno di questa kermesse riminese che nel corso degli anni si è imposta come il Festival Estivo internazionale con il maggior numero di presenze, e scriveranno con gli occhi di chi si trova al meeting per lavoro o per caso.  E in tanti si soffermeranno solo sull’aspetto politico, cercando di vedere intrighi, alleanze e strategie anche dove non ce ne sono. Preferiamo quindi dare la preferenza a chi nel corso degli anni, come ospite, ha visto crescere questo fenomeno e ne fa parte.

L’avventura del Meeting di Emanuele Roselli

Inizia oggi, domenica 23 agosto, il trentesimo Meeting per l’amicizia tra i popoli, l’appuntamento culturale più rilevante, ormai da molti anni, dell’estate italiana. 30 anni di incontri, di mostre, di spettacoli che focalizzano l’attenzione dei media, non solo nazionali, su questo evento, nato alla fine degli anni settanta dal dialogo di alcuni amici romagnoli con un sacerdote brianzolo: Luigi Giussani.

30 anni che hanno visto dilatarsi questa amicizia a migliaia di persone, in un modo forse inaspettato e che ancora sorprende chi ha l’occasione e la fortuna di andare a vedere da vicino di cosa davvero si tratta. Migliaia di visitatori, più di 500.000 mila le presenze registrate nell’ultima edizione, come migliaia sono i volontari che gratuitamente contribuiscono ad realizzare, anche materialmente, questo grande evento.

Una cosa che mi colpì fin da subito, quando da ragazzo andai per la prima volta, con alcuni amici, a guardare da vicino cosa veramente era questo Meeting di cui tutti, a partire dai telegiornali, parlavano.

Mi sono così, dopo qualche anno, ritrovato anche io ad essere uno di quei tanti volontari che con le magliette colorare animano, anche così, quella settimana intensa e affollata che si svolge nei padiglioni della nuova fiera di Rimini, avendo scoperto il vero senso di quella gratuità con cui lavorano i volontari del Meeting: una gratuità piena di gratitudine, per qualcosa che gli è stato dato e che vuole in qualche modo essere restituito, anche solo aiutando ad allestire una mostra, a preparare una sala per un incontro, o a ritagliare gli articoli di giornale per aggiornare continuamente la rassegna stampa.

Il titolo di questa edizione è “La conoscenza è sempre un avvenimento” motivato così dagli stessi organizzatori: “in un clima generale di preoccupante incertezza e diffusa sfiducia verso il futuro, avvertiamo l’urgenza di riporre al centro del dibattito la dinamica attraverso cui l’uomo conosce il reale.

Alla base di ogni percorso di conoscenza, anche o soprattutto scientifica, vi è l’imbattersi in qualcosa di nuovo, che prima non era entrato nel raggio dell’esperienza o semplicemente non veniva considerato. Ciò fa sì che la conoscenza sia sempre in movimento e quindi sempre perfettibile.
Ma il nuovo che irrompe e innesca o rilancia la dinamica del conoscere non è solo qualcosa, è anche – e necessariamente – qualcuno: è ciò che chiamiamo testimone. Senza la mediazione di testimoni non vi sarebbe sviluppo della conoscenza e non vi sarebbero civiltà e cultura, non vi sarebbe storia. Più radicalmente: è la testimonianza dell’altro, quando si tratta di un’umanità diversa, pienamente corrispondente alle attese costitutive dell’uomo, che rende evidente, “conoscibile”, il senso del vivere. Ragione e affettività sono profondamente unite nella dinamica della conoscenza: senza affezione, cioè senza un moto di adesione sincera e interessata verso il reale, la ragione non può conoscere.
Come afferma Jean-Luc Marion, «l’amore è una parte centrale della razionalità»”.

Una proposta lanciata dagli amici del Meeting, che ha la forma di una sfida e il gusto di un’avventura: una ipotesi culturale che invita ognuno di noi a riguardare innanzitutto alla propria esperienza, con la voglia di capire, verificare e riscoprire l’orizzonte di verità di queste parole. E’ forse proprio questa dimensione personale, che il meeting non ha perso in questi 30 anni, il segreto di questo avvenimento di fine estate che merita davvero di essere guardato da vicino.

L’estate sta finendo, e la politica soporifera se ne va. Finalmente le vacanze stanno finendo e si tornerà a parlare di politica. Quella seria (si spera), non quella fatta di sterili polemiche costruite ad hoc sui giornali per tirare a vendere qualche copia in più agli italiano sotto l’ombrellone.

Due sono gli appuntamenti che segnano la riapertura della politica. Il primo, importante anche a livello internazionale, è il Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione. Giunto alla sua trentesima edizione, il meeting si è oramai imposto da anni come il Festival estivo più visitato al mondo.

Tony Blair, i ministri Tremonti, ZaiaCarfagna, GelminiFrattini, Calderoli, ScajolaAlfano, Raffaele Bonanni, Segretario Generale CISL, Renato Schifani, Presidente del Senato, Mario Mauro, Presidente dei Deputati del Popolo della Libertà al Parlamento Europeo, Mario Calabresi, Direttore de La StampaFerruccio De Bortoli, Direttore de Il Corriere della Sera, Giampaolo Pansa, Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, Pier Luigi Bersani, Maurizio Lupi, Vice Presidente Camera dei Deputati, Gianni Alemanno, Sergio Chiamparino, Enrico Letta, Roberto Formigoni, Savino Pezzotta, Roberto Cota, Maurizio Gasparri. Questi sono alcuni dei nomi, legati alla politica, che si legge fra gli ospiti che interverrano negli incontri previsti per tutta la settimana fino a sabato 29 agosto.

Il tema di questo Meeting è “La Conoscenza è sempre un avvenimento“. Basta il titolo per far capire il tono della kermesse riminese. Un luogo dove veramente tutti sono chiamati a dare il loro contributo senza che prevalga l’una o l’altra linea. Senza che ci siano delle conclusioni già scritte ad ogni incontro. Senza che sia un dato diktat politico a fare da padrone.

Per approfondimenti sul Meeting potete trovare qui il programma della settimana e il video di presentazione della trentesima edizione.

Dalla riviera adriatica al mar ligure. A Genova in contemporanea si terrà la Festa nazionale del Partito Democratico. Sarà una festa strana che  si celebrerà in un clima teso. Innanzitutto la testa di tutti, dagli uomini del partito ai sostenitori, è al congresso di ottobre. Sul palco si avvicenderanno i tre candidati alla segreteria. Non sono previsti confronti, ma serate e momenti distinti. L’unico che avrà l’onere (o il vantaggio) di parlare più degli avversari sarà Franceschini, che prenderà la parola sia come candidato alla segreteria che come leader del PD.

E’ una festa che oltre a cadere nel pieno di una battaglia congressuale senza esclusione di colpi, cade anche in un momento abbastanza delicato dal punto di vista dei toni espressi dai candidati alla segreteria e dei rispettivi colonnelli. In settimana Marino ha lanciato un grave j’accuse contro il partito e contro un presunto asse Bersani-Franceschini, nato allo scopo di oscurarlo. Quasi in contemporanea Bersani lanciava moniti contro l’antiberllusconismo sciocco, suscitando le ire di Di Pietro e la reazione di Franceschini, che tramite twitter (guai ad usare l’ansa..è così obsoleta, poi non va più di moda) gridavano che “il nemico è Berlusconi”. Il NEMICO. Andiamo bene. Alla faccia del processo democratico.

Se questo non fosse stato sufficente, ieri ci ha pensato Lino Paganelli, responsabile nazionale della Festa, a buttare altra benzina. Di fronte alla domanda sul perché non fosse stato invitato anche il presidente del Consiglio, la risposta è stata: “Non lo abbiamo invitato perché questa è una festa, non un festino”. Apriti cielo. Nel giro di poche ore tutti i ministri invitati a partecipare alle tavole rotonde hanno fatto sapere che non si presenteranno. Carfagna, Meloni, La Russa e anche Giancarlo Giorgetti (unico della Lega invitato). Ancora Tremonti non ha fatto sapere nulla. Non sorprende la conferma di Fini e Schifani che sono cariche istituzionali. Peccato. Peccato davvero.

Questa volta c’erano le premesse di fare un qualcosa di diverso. Una festa che non fosse la copia sbiadita di una festa dell’Unità e che non si limitasse all’autocelebrazione del partito. Anche perchè siamo seri. Dopo due anni di vita c’è di molto poco da festeggiare. Poteva essere il via ad un dibattito politico nuovo e costruttivo. Evidentemente non l’hanno voluto. Mi rifiuto di credere che un uomo navigato come Paganelli si sia lasciato sfuggire una battuta del genere per leggerezza o per avere i suoi cinque minuti di celebrità. Forse qualcuno voleva evitare questa apertura. Magari memori della Festa dell’anno scorso a Firenze, quando alla presenza di Bossi (snobbatissimo quest’anno), hanno gridato all’invasione e allo scandalo per la vista di tante bandiere verdi a salutare il senatur.

Ovviamente di fronte a tale battuta di così cattivo gusto. Diciamocelo, non farebbe ridere manco i vecchini del Circolo Andreoni a Firenze Sud, le diserzioni dei ministri ci stanno tutte. E’ inutile che la Serracchiani mandi a dire che si facciano due risate. Qui non c’è da ridere. Più che battute queste sono illazioni. Ovviamente nessuno farà niente per riparare alla cosa. Franceschini, prigioniero com’è nella gogna del congresso, non può ne’ mandare scuse a livello ufficiale (come chiedono dal PDL), ne’ riprendere Paganelli. Nella migliore delle ipotesi starà zitto. Nella peggiore, tanto per farsi vedere che è un leader forte, attaccherà il senso antidemocratico del centrodestra. Alla fine i commenti più intelligenti li hanno rilasciati Marino e Bersani. Il primo ha detto chiaro e tondo “Ce ne freghiamo..Chiamiamolo Festino dell’Unità così facciamo contenti tutti, sia destra che a sinistra”, mentre il candidato Bersani ha precisato “Spero non si prenda a pretesto una battuta, ma il programma della Festa democratica dimostra l’interesse, in rispetto delle scelte che ogni partito fa nel formulare gli inviti, e l’intenzione di tenere aperto il confronto civile con tutte le posizioni politiche. Per quel che mi riguarda confermo volentieri la mia presenza alle feste del Pdl alle quali sono stato invitato”.

Si l’estate è agli sgoccioli. L’autunno è alle porte. Si riparte da Rimini e da Genova.