Primarie
E’ quando ti ritrovi a comprendere di più dall’intervista tripla delle Iene che dalla lettura delle tre mozioni, che ti chiedi che senso abbia questo congresso del Pd.
Ambrox
Il Riformista, SMS/Mail, pag 16, mercoledì 21 ottobre 2009
Primarie
E’ quando ti ritrovi a comprendere di più dall’intervista tripla delle Iene che dalla lettura delle tre mozioni, che ti chiedi che senso abbia questo congresso del Pd.
Ambrox
Il Riformista, SMS/Mail, pag 16, mercoledì 21 ottobre 2009
Per un po’ Amerigo Rutigliano ci ha creduto. Ci ha creduto lui, ci ha creduto il PD, ci hanno creduto coloro che avevano firmato la sua candidatura a segretario del PD e anche chi guarda al congresso del PD con attenzione. E’ durato poco. Ieri sera, l’agenzia Adnkronos ha battuto la seguente velina “Sono 820.607 gli iscritti al Partito democratico. Lo ha annunciato, sulla base dei dati ufficiali che coprono il 98% delle organizzazioni territoriali, la commissione nazionale per il congresso che, tra l’altro, non ha accolto la candidatura a segretario del Partito democratico di Amerigo Rutigliano perche’ 520 suoi sottoscrittori non erano iscritti al Partito democratico”. Fine. Tanti saluti e grazie a te, mai voluto quarto uomo. Basta e avanza il “Terzo”, figurati se volevamo il quarto.
Inutile dire che Rutigliano non l’ha presa bene. Oggi sul suo sito (uno dei suo tanti blog) si legge un post intitolato “Candidatura rigettata ….fuck you PD”. Nel post si legge tutta la rabbia di chi grida contro la “pappetta” fra candidati scelti dal Loft, che hanno promosso azioni che hanno voluto eliminare i vari Pannella, Di Pietro, Grillo, e adesso lui. Rutigliano ci va giù duro: “Farò ricorso come prevede lo statuto. In ogni caso combatterò contro questo piccolo partito democratico che se la canta e se la sona all’interno del suo miserabile Loft. sarò un nemico implacabile contro questa ammucchiata di ruffiani e mangia pane a tradimento. Questo piccolo e ridicolo partitello fatto di nulla sarà destinato e soccombere ulteriormente ed io mi prodigherò affinchè ciò s’avveri.” Una moderna Cassandra. Al PD ci mancava solo questo.
Ma guardiamo la “quasi” mozione.
Il titolo prometteva bene “Officina Sociale per il Partito Democratico”. Questo binomio fra le parole officina e sociale che dava questa sensazione di comunismo anni 60 che nel tempo si era perso. Questo fascino antico che invece non traspare assolutamente nelle mozioni degli altri candidati.
Sembra più un’intervista che una mozione. Divisa per punti, con una piccola risposta per ogni tema.
Rutigliano si scaglia contro i gattopardi della politica e pone la fine del comunismo come l’inizio dello spaesamento di molti. Un comunismo che muore contrapposto ad un anticomunismo che vive nella destra. Anticomunismo che viene utilizzato come aggregatore. Il PD è visto come una forza democratica che ha le sue radici nell’illuminismo, e “la storia ci insegna che le più grandi conquiste dell’umanità, in tutti i campi, sono nate perchè basate su questi valori”. Quindi il PD è una grande conquista dell’umanità.
Dall’Illuminismo al tridente (diventato quartetto per Rutigliano) Dio, Patria, Famiglia e merito. Che sono parole di cui il PD non deve vergognarsi, e che fanno parte della nostra cultura. Va dato atto che almeno la parola “merito” era già persente nella cultura del PD, nonostante sia sicuramente uno dei cavalli di battaglia del centrodestra.
Il progetto di Rutigliano prevedeva anche alleanze, anche se non ora perchè “non dobbiamo pensare ora alle alleanze con altri partiti come la soluzione dei nostri problemi”.
Unione del centrosinistra, cancellierato alla tedesca e trasformazione dello strumento referendario, eliminando il suo aspetto abrogativo e il quorum. Ci venga permesso di dire che a questo punto tanto vale eliminare il referndum: spendere milioni di euro per chiamare i cittadini alle urne, al solo scopo propositivo o consultivo, non è proprio il massimo sia per i conti pubblici che per il cittadino stesso.
Il documento diventa complesso e quasi intricato in tema di bioetica e sanità, e oggettivamente non si capisce bene se alla fine viene confermata la linea di una difesa della vita tout-court o se il problema viene demandato al codice deontologico medico e al rapporto medico-paziente.
Rutigliano chiude la sua mozione vedendo a se come il candidato degli “outsider”. Dicendo di aver passate tempo nei mercati rionali e con la gente invece che in televisione e nei congressi come il trio “Franceschini-Bersani-Marino”. Non risparmia frecciate neanche a Repubblica, rea di averlo ignorato, chiamandolo organo di informazione che preferisce derive “vouyeriste” al dare spazio a chi propone quello che la gente vuole sentirsi dire.
A Rutigliano non resta altro da fare che l’Outsider: dopo la visibilità gli hanno tolto pure la candidatura.
Un punto sulle tre mozioni dei candidati al congresso del PD: Franceschini, Marino e Bersani. Politiche annunciate e prudenti omissioni.
E infine giunse Bersani. Ieri pomeriggio l’ex Ministro dell’Economia ha presentato la sua mozione (visibile qui). Occorre dire che rispetto alle altre due, il contenuto della mozione Bersani era in gran parte già stato rivelato attraverso il Riformista a inizio settimana, ed è già stata oggetto di dibattito. Ciò che colpisce leggendo il testo di Bersani è che si ha l’impressione di leggere non la mozione di un candidato alla segreteria, ma il discorso del segretario del PD. Bersani redige un documento che trasuda sicurezza nella vittoria e nella guida del PD. Bersani parla come leader del PD.
A differenza di Franceschini e di Marino che preferiscono presentare il loro programma dividendolo in punti, Bersani opta per un documento unico: da una panoramica sul nuovo secolo alle alleanza del PD. Il tutto in 14 pagine (contro le 40 di Franceschini e le 15 di Marino). “Il Partito Democratico è la più grande intuizione degli ultimi venti anni. Noi crediamo nel progetto cresciuto sulle radici dell’Ulivo. Desideriamo alimentarlo con le passioni e le intelligenze di donne e uomini pronti a rinnovare la politica italiana.” Subito all’inizio Bersani sottolinea Partito Democratico e Ulivo. E’ dall’Ulivo che tutto è nato. E poi l’affondo “Il non ancora del Pd indica ciò che possiamo diventare: il grande partito riformista che milioni di italiani non hanno avuto, la forza capace di unire Sud e Nord e di portare l’Italia nel XXI secolo, l’energia civile per arricchire la nostra democrazia, il fermento di una nuova cittadinanza italiana ed europea”.
Nelle prime 10 righe sta tutta la forza e il contenuto del messaggio di Bersani. Dobbiamo ripartire da ciò che ci ha portato a fare l’Ulivo e soprattutto da fatto che non siamo stati il partito che volevamo. Le accuse sono chiare. Veltroni e Franceschini sono sul banco degli imputati. A causa loro ”la vocazione maggioritaria si è ridotta alla scorciatoia del nuovismo politico, mentre avrebbe richiesto un paziente lavoro di radicamento rivolgendosi con concretezza ai ceti popolari, alle categorie produttive e ai veri innovatori. E’ successo perché invece di fondare un partito mai visto nella storia italiana, si è preferita spesso la suggestione mediatica alla definizione di una riconoscibile identità politica. E’ successo soprattutto perché, dopo aver invocato la partecipazione popolare alle Primarie ed aver ottenuto la risposta formidabile di quasi quattro milioni di cittadini, non si è riusciti a costruire una organizzazione plurale e aperta in grado di coinvolgerli “.
Finita l’introduzione della mozione, Bersani potrebbe mandare tutti a casa. Invece no. Questa era l’introduzione: adesso il programma. Come Franceschini, anche lui guarda alla vittoria di forze riformiste in USA, India e in Brasile (quest’ultimo omesso da Franceschini, dopotutto più che riformista, Lula è un socliasta) e punta il dito contro l’Europa, dove il neoliberismo ha schiacciato le titubanti forze di sinistra che non hanno saputo rispondere colpo su copo alla crisi. C’è un po’ di nostalgia dell’eurocomunismo di Berlinguer. Dopotuttto le radici sono quelle.
Il punto da cui ripartire è la cattiva distribuzione della ricchezza e il blocco della mobilità sociale ” per diventare un Paese meno diseguale l’Italia deve dotarsi di una moderna rete di sicurezza sociale: riqualificare l’intervento pubblico e promuovere una nuova alleanza tra Stato, terzo settore e privati ispirata al principio di sussidiarietà, nella chiarezza delle responsabilità.” Il candidato Bersani richiama all’etica nell’Economia e per farlo cita anche l’enciclica papale Deus Carita Est.
Guardando all’Italia si parla di riforme, e torna il suo cavallo di battaglia delle Liberalizzazioni : “Per affermare una reale eguaglianza delle opportunità occorre una rivoluzione copernicana che ponga al centro il merito e la responsabilità. L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni: meno barriere di accesso alle professioni, più concorrenza nei servizi, imprese maggiormente contendibili, autorità realmente indipendenti, class-action a difesa dei consumatori.”. Dalle liberalizzazioni alla scuola, alla pubblica istruzione e soprattutto al conflitto di interessi.
Ridistribuzione della ricchezza, laicità e valori condivisi, e legalità sono i tre assi sul quale si muove il pensiero di Bersani e all’interno delle quali si articola il complesso di riforme e di lotta proposto. ” Il principio di laicità è la nostra bussola, la via maestra di una convivenza plurale. La laicità si nutre di rispetto reciproco e di neutralità – che non significa indifferenza – della Repubblica di fronte alle diverse culture, convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose. È anche impegno per la loro salvaguardia, promozione del dialogo interculturale e interreligioso, mutuo apprendimento: purché, naturalmente, tutti accettino un comune spazio pubblico di confronto e incontro nel quale gli unici principi non negoziabili siano quelli della Costituzione italiana e della Carta dei diritti dell’Uomo. In questo spirito i democratici hanno formulato proposte di legge largamente condivise sulle convivenze civili, sul testamento biologico e sulla libertà religiosa, che vanno rilanciate senza tentennamenti in Parlamento e nel Paese.” Fondamentalmente Bersani, come Marino e Franceschini, pone il problema e dice che lo risolverà. Si capisce un po’ come si muoverà. Ma non dice cosa farà.
Sul tema delle alleanze, l’idea è quella di ricercare alleati perchè da soli non si va da nessuna parte. Bersani parla di una casa da costruire insieme e che “non possiamo più confondere il bipolarismo, che è una conquista della nostra democrazia, con il bipartitismo, che non ha fondamento nella realtà storica, sociale e politica del Paese.” Occhi puntati verso sinistra e UDC. Anche se oggi Casini dice chiaro e tondo che non ci sta a fare un altro centrosinistra.
Geniale è la fine della mozione Bersani. Non è un “come deve essere” o un “come io farò”. No. La formula di Bersani è “Noi siamo un partito” : Noi siamo un partito popolare, Noi siamo un partito riformista, Noi siamo un partito dell’uguaglianza, Noi siamo il partito delle donne e degli uomini, Noi siamo un partito laico, Noi siamo il partito dei diritti civili, Noi siamo un partito ambientalista, Noi siamo il partito dei territori e della sussidiarietà, Noi siamo il partito dei giovani, Noi siamo il partito della conoscenza e dei saperi, Noi siamo il partito dei cittadini e del nuovo civismo. NOI, IL PARTITO DEMOCRATICO. Bersani non pensa al congresso, lui guarda più avanti. Guarda alle elezioni del 2010. Guarda ad una forza che deve diventare maggioranza del paese. Bersani non ha la testa al congresso di ottobre, ma alle elezioni del 2013.
Dopo Franceschini è stato il turno di Ignazio Marino. Ieri il chirurgo ha esposto i punti cardini del suo programma davanti ai suoi sostenitori.
La mozione di Marino (scaricabile qui) si presenta come un documento abbastanza leggero (22 pagine contro le 40 di Franceschini), forse troppo. Marino e i suoi (soprattutto Goffredo Bettini e Civati) fanno un grande sforzo. Il loro compito è stato quello di cercare di dare una certa struttura politica ad una candidatura nata de facto per un “andare contro” il duo Franceschini-Bersani. Prima della presentazione della mozione, più volte coloro che si succedono dal palco si soffermano sul carattere propositivo della candidatura. Ma Marino non è un politico navigato e chi è intorno a lui lo sa, e chi è andato ad ascoltarlo neanche si aspetta di vederlo.
Così la mozione si presenta come una sorta di ”io, Ignazio Marino, esule italiano che torno dagli Stati Uniti ecco cosa vedo del mio paese”. In un susseguirsi di citazioni di Bob Kennedy, del Cardinal Martini, di Gramsci e del Vangelo, il chirurgo tenta di dare uno spessore politico ad un documento che alla fine risulta essere un’insieme di proposte di per se’ abbastanza pragmatiche. Come messo in risalto sul suo sito, i punti fondamentali della mozione Marino sono le 6 sfide al PD.
1. Una nuova legge elettorale maggioritaria con collegi uninominali, per garantire la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
2. Diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia
3. Contratto unico del lavoro, con salario minimo, reddito minimo di solidarietà e formazione continua.
4. Un piano energetico sostenibile per uno sviluppo etico nell’interesse delle future generazioni.
5. Legge sulle Unioni Civili in linea con le civil partnership inglesi.
6. Un piano straordinario per rilanciare scuola, formazione e ricerca come motori dell’innovazione italiana.
Marino tralascia del tutto le iperbole e gli slanci ideali di Franceschini. Punta a fare emergere questi sei punti e del resto si preoccupato poco o niente. Le stesse citazioni appaiono un artificio dialettico per cercare di idealizzare una mozione che più appare come una lista delle cose da fare. Se fino ad oggi il PD di Veltroni e Franceschini guardava ad Obama, quello di Marino vuole guardare a USA e Gran Bretagna per l’idea stessa di società, di cittadinanza e di mercato del lavoro. Si apprezza la meritocrazia e la flessibilità americana anche se si mette in guardia sull’assenza di reti di protezione sociale. Si guarda alla Gran Bretagna e si cerca di far passare come diritto naturale il riconoscimento delle unioni civili e delle coppie di fatto. Fra l’altro non è presente nel documento alcun riferimento alle unioni omosessuali. Almeno non in termini così diretti ed espliciti come ci si sarebbe aspettato. Si parla di lotta alla discriminazione, all’omofobia, e si rimanda a dopo il congresso la scelta di una politica unitaria su questi temi. Sullo stesso concetto di laicità, Marino non sembra differire molto da Bersani e Franceschini, “ la laicità: ci sarà tempo per parlare in maniera approfondita dei tanti temi che ci stanno a cuore, ma tengo a dire che la laicità, per come la vedo io, E’ UN METODO. Significa affrontare ogni questione con rigore, nell’interesse generale e non di una parte sola. Significa porsi nel dibattito non pensando di possedere la verità. Significa saper ascoltare le ragioni altrui e avere l’umiltà e l’intelligenza di confrontarsi anche con chi la pensa nella maniera opposta. Infine, laicità significa che quando si chiude il dibattito, e si è presa una decisione, la si accetta sentendosi vincolati e sostenendola con lealtà.”.
L’unica frase che forse può nascondere qualche “insidia” sui temi etici, la pronuncia in merito alle adozioni. “Si approvi una legge che consenta a individui singoli di essere valutati, con il rigore che la legge già oggi richiede alle coppie al fine dell’adozione. Lo si faccia avendo in mente soltanto l’interesse esclusivo del minore e nient’altro.” Non è chiaro se questa frase, utilizzata dopo unioni civili e lotta all’omofobia voglia significare apertura verso la possibilità di permettere l’adozione a coppie omosessuali. Se è così Marino non è chiaro. Come non lo è verso gli stessi gay che in lui molto avevano sperato.
Il documento di Marino non si perde in molte accuse contro il governo e contro l’opposizione. Anzi, limita questi attacchi solo su due temi: il pacchetto sicurezza e il lodo Alfano per il primo e la televisione pubblica per l’altro.
Sul fronte elettorale, Il PD di Marino vuole avere un respiro maggioritario ma è cosciente di non potercela fare da solo, quindi porta aperta alle alleanze elettorali. Ma non si sa con chi.
In definitiva leggendo la mozione Marino si ha l’idea di leggere un programma di cose da fare, privo di quello slancio ideale che possa veramente tracciare una rotta di un grande partito. Viene in mente il commento di Lucetta Scarraffia che ieri sul Riformista metteva in guardia dal chirurgo che vuole insegnare la politica perchè conosce la scienza. In politica si ha bisogno di persone che guardano all’insieme dei problemi, non solo su un punto specifico. Non basta essere medico per dettare la linea sul testamento biologico, anche perchè non si dirige un partito solo per lottare su un argomento. Marino guarda a USA e Gran Bretagna per lavoro e società civile ma guarda all’Italia per attuarle. A ben guardare manca quello stesso coraggio su certi temi che avevano favorito l’ascesa del “terzo uomo”. Quel coraggio che era il suo punto di forza. Che il chirurgo si stia politicizzando sempre di più?