Per l’ennesima volta gli italiani andranno a votare e non sanno cosa votare. Mi spiego meglio. Queste elezioni regionali del 2010 hanno tutto il sapore delle amministrative ed europee del 2009, è un tutti contro tutti, o meglio un tutti contro uno solo: se nella torbida estate del 2009 abbiamo spettegolato sul Premier e sulle escort, oggi discutiamo di decreti salvaliste e di (ennesime) indagini contro Silvio Berlusconi. E’ di ieri la nuova news de Il Fatto Quotidiano, secondo il quale il Premier e il direttore del TG1 Minzolini sarebbero indagati per “presunte pressioni” del capo del governo per far chiudere Annozero. Bene.
Nei giorni passati abbiamo assistito ad uno strepitio di urla per il reciproco lancio di accuse sulla presentazione delle liste, Regioni che si appellano alla consulta, la convocazione da ambo le parti di manifestazioni di piazza, finti giornalisti che si imbucano a vere conferenze stampa…insomma il solito balletto che vede l’Italia presa di ostaggio fra chi grida “daje al regime” e chi se la prende con “i soliti comunisti”. In mezzo a questo mare della desolazione naviga una maggioranza silenziosa di italiani che si divide fra chi vuole veramente capire di politica e chi fa spallucce e se ne frega.
La prima conseguenza della politica in mano agli ultras e alle varie tifoserie è quella della banalizzazione non solo della proposta politica, ma anche dell’analisi politica. Leggendo i vari articoli, i titoloni, e i post che si diffondo in modo sempre più virale fra blog, facebook e twitter, assistiamo ad un balletto di cifre “11 a 2″, “6 a 7″, “8 a 5″ e via discorrendo. Le regionali viste come una partita di calcio. Il ragionamento di molti è semplice: si parte da un 11 a 2 per il centrosinistra sul centrodestra: guardiamo quanto viene alla fine. In poche parole la vittoria o sconfitta alle elezioni passerebbe da un mero conto delle regioni vinte. Ma è questo un criterio oggettivo e appropriato per valutare le elezioni regionali o no? Personalmente ritengo che un’analisi politica deve essere fatta sulla basa di una serie di fattori e non con il pallottoliere. Ricordiamo che si parla di REGIONALI e che, ahimè, le regioni non sono tutte uguali.
E’ bene anche sottolineare che si parla di elezioni regionali che non sono ne’ le elezioni politiche ne’ elezioni europee. Questo è molto importante, perchè se da una parte è più che lecito cercare di tracciare una linea sull’andamento dei partiti nel corso delle varie elezioni, occorre ben considerare che ogni elezione è caratterizzata da un diverso sistema elettorale, che influisce in maniera oggettiva sull’assegnazione di voti e percentuali alle liste. Cambiando le elezioni poi cambia il corpo elettorale. Ad esempio a queste elezioni sono chiamati a votare solo 13 regioni su 20, mentre alle politiche o alle europee vota tutto il territorio nazionale, nonchè gli italiani all’estero. Tradotto in soldoni, occorre considerare che regioni come la Sicilia, la Sardegna, l’Abruzzo, il Friuli e il Molise, che in questi ultimi anni si sono spostate a destra, non votano. A ben vedere, con l’esclusione della Lombardia e del Veneto, troviamo al voto regioni e territori che storicamente hanno sviluppato una tradizione più a sinistra. Quindi una flessione del centrodestra e un aumento del centrosinistra sarà sintomatico di questo diverso corpo elettorale. Un’altra considerazione che può essere utile fare è che “ogni elezione è figlia sua”. Ovvero che non è detto che chi vota in un modo alle politiche deve necessariamente votare lo stesso partito alle amministrative e alle regionali. Cambia la posta in palio, cambiano i rappresentanti e possono cambiare gli obiettivi e aspirazioni.
Detto questo, siccome di elezioni si parla e da che mondo e mondo confrontiamo e studiamo gli eventi per trarre conclusioni e valutazioni, proviamo a passare in rassegna tre possibili criteri che potranno essere utilizzati la sera del 29 marzo per decretare vincitori e perdenti.
Il primo criterio è sicuramente quello già citato. Quello che fa molto conto della serva. Ci sono 13 regioni in palio, lo schieramento che prenderà la maggioranza avrà vinto le regionali. Sicuramente il più semplice, ma anche il più impreciso. Buono per fare da titolone su Il Giornale o su Repubblica, poco utile per capire qualcosa. Innanzitutto è un criterio che non tiene conto delle altre 7 regioni italiane. Leggere oggi che al momento il centrosinistra governa 11 regioni contro 2 del centrodestra, significa dimenticarsi che ci sono altre 7 regioni (Sardegna, Sicilia, Molise, Abruzzo, Friuli – Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige) che non concorrono al voto in questa tornata elettorale.
Inoltre è un criterio che assegna vincitori e vincenti a seconda di come viene letto. Faccio un esempio. Da un articolo de Il Clandestino di ieri, si legge che per il PD è da considerarsi vittoria se finirà 7 a 6 per loro. Mentre già dal lato PDL vedono come buon risultato raddoppiare il bottino dell’ultime elezioni, ovvero passare da 2 a4 regioni, ovvero 9 a 4 per il PD. Come vedete è un criterio che letto come lo si vuole, può assegnare vincitori e perdenti, lasciando però a questi ultimi la possibilità di ricorrere in appello con nuove riletture del dato. Senza contare poi che questo ridurre lo scontro a PDL vs PD non tiene conto delle effettive coalizioni e alleanze in campo. E’ evidente che una Bresso che cinque anni fa trionfava in Piemonte appoggiata dall’Unione contro un centrodestra che spaziava dall’UDC alla Lega, è diversa dalla Bresso che oggi, appoggiata anche dall’UDC, è testa a testa contro Cota (PDL e Lega).
Il secondo criterio è quello inaugurato alle ultime tornate elettorali del 2009. Il voto percepito. Cavalcato come una tigre di carta dagli allora dirigenti del PD, da Franceschini a Fassino, tende a interpretare i dati elettorali sulla base dei sondaggi precedenti e di quanto dichiarato in campagna elettorale. Per i cultori di questa disciplina, il PDL avrebbe perso le ultime elezioni non avendo “tenuto” quel 40% annunciato Berlusconi ed essendosi attestato “solo” sul 35,3 %. Rapportandola ad oggi, i dati definitivi delle ultime regionali saranno letti alla luce dei sondaggi di parte berlusconiana che a gennaio sognava il “cappotto” dell’8 a 5 contro la sinistra. Sondaggi fatti alla buona dove Piemonte, Lazio, Liguria e Puglia si sommavano alle “sicure” Lombardia, Veneto, Campania e Calabria.
Questo del voto percepito è un criterio che appare molto evanescente e che sembra per lo più utile per rinfacciare eventuali débacle non avvenute, ma che però erano nell’aria.
Il terzo criterio che propongo è sicuramente quello più interessante e complesso. Ritengo che la cosa più utile sia quella di fare un’analisi ponderata dei risultati delle regionali, sulla base del valore effettivo di ciascuna regione. Come tutti sappiamo, le regioni non hanno tutte la stessa importanza e lo stesso peso, sia in termini di abitanti, di PIL prodotto, per numero di industrie, giro di affari, rilevanza internazionale, patrimonio artistico…etc..etc…Direi di assumere come indicatori due dati: il numero di abitanti e il PIL prodotto. In questo modo potremmo raccogliere due elementi molto importanti, ovvero il totale dei cittadini governati e la ricchezza prodotta dal territorio.
Allo stato attuale siamo nella seguente situazione (vedi tabella 1), dove ad eccezione della Valle d’Aosta, abbiamo distinto le regioni guidate dalle giunte di centrosinistra da quelle di centrodestra.
Nel quadro complessivo delle venti regioni, ci fornisce oggi un quadro di 7 regioni in mano a giunte di centrodestra e 12 regioni governate da una giunta di orintamento di centrosinistra. Si esclude la Valle D’Aosta, amministrata da una giunta autonomista con a capo l’Union Valdotaine, partito autonomista che in passato è stato spesso alleato del centrosinistra, mentre alle europee del 2009 si è apparentato con il centrodestra.
Quindi ad oggi il centrodestra governa 7 regioni (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Molise, Sicilia e Sardegna), pari a 14.474.746 cittadini governati e corrispondente a 433.456 milioni di euro di PIL prodotto. Il centrosinistra dal canto suo governa 12 regioni (Piemonte, Liguria, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria), pari a 34.449.112 cittadini governati e corrispondente a 792.185 milioni di euro di PIL prodotto. E’ interessante notare come uno striminzito 12 a 7 possa tradursi in una differenza di 20 milioni di cittadini che vivono sotto un governo di centrosinistra e di come tale differenza sembri molto meno forte quando si parla di PIL: 433.456 milioni contro 792.185 milioni. Neanche la metà.
Il 28 e il 29 marzo saranno quindi sul piatto il governo di 13 delle 20 regioni italiane: 11 delle quali hanno un governo uscente di centrosinistra contro 2 di centrodestra. O per dirla in altri termini 48.923.858 cittadini e 1.225.641 milioni del PIL italiano. Sarà quindi interessante valutare il risultato elettorale delle regionali del 2010 in termini di cittadini governati e di ricchezza del PIL.
Proviamo a fare un esempio per capire la portata di quanto detto. Se andiamo ad analizzare quindi il caso peggiore per il centrodestra (paradossalmente quello che anche La Russa ha indicato come il risultato che si aspetta), cioè che porti a casa solo 4 regioni su 13, ovvero le uniche date ad oggi per sicure: Lombardia, Veneto, Campania, Calabria.
| REGIONE |
ABITANTI |
PIL |
| Lombardia |
9642406 |
298285 |
| Veneto |
4832340 |
135171 |
| Campania |
5811390 |
89709 |
| Calabria |
2007707 |
31389 |
Quindi si parla di 22.293.843 cittadini e 554.554 milioni di euro del PIL italiano. Mentre le 9 regioni del centrosinistra saranno:
| REGIONE |
ABITANTI |
PIL |
| Piemonte |
4401266 |
124158 |
| Liguria |
1609822 |
39928 |
| Emilia-Romagna |
4275802 |
123709 |
| Toscana |
3677048 |
95504 |
| Marche |
1553063 |
36868 |
| Umbria |
884450 |
19700 |
| Lazio |
5561017 |
156746 |
| Basilicata |
591001 |
10247 |
| Puglia |
4076546 |
64227 |
Ovvero 22.553.469 cittadini e 660.840 milioni di euro di PIL.
Dalla lettura di questi dati si evidenzia con forza quindi come in fin dei conti parlare di 4 e 9 regioni, che di per se’ parrebbe una cifra bulgara, alla fine è un risultato molto più equilibrato e che non farebbe altro che aumentare la presa del centrodestra sul paese. Si perchè se a queste 13 regioni si sommano le 7 che non vanno al voto:
| REGIONE |
ABITANTI |
PIL |
| Lombardia |
9642406 |
298285 |
| Veneto |
4832340 |
135171 |
| Friuli-Venezia Giulia |
1222061 |
32893 |
| Abruzzo |
1323987 |
25685 |
| Molise |
320838 |
5785 |
| Campania |
5811390 |
89709 |
| Calabria |
2007707 |
31389 |
| Sicilia |
5029683 |
78322 |
| Sardegna |
1665617 |
32579 |
31.856.029 su quasi 60 milioni di abitanti e circa 730mila milioni di euro di PIL sul totale di 1.225.641 milioni. Più della metà dei cittadini e più della metà del PIL prodotto andrebbe sotto governi regionali di centrodestra.
Se ci limitiamo ad applicare un criterio da “pallottoliere”, uno scenario di 9 a 4 per il centrosinistra è una netta vittoria del PD o comunque solo una lieve erosione di quel consenso che cinque anni fa era 11 a 2. Una lettura che verrebbe rafforzata applicando il criterio del “voto percepito”: da un cappotto per il centrodestra di 8 a 5 a una sconfitta per 9 a 4. Peggio degli austriaci sul Piave. Mentre se andiamo ad analizzare il valore delle Regioni, in termini di abitanti e di PIL, emerge un dato completamente ribaltato: un sostanziale pareggio che porterebbe il centrodestra ad governare la maggioranza dei cittadini e ad avere in mano la maggior parte del PIL. Sarebbe quindi confermata quella tendenza che dal 2008 vede il centrodestra aumentare consensi e presa sul paese.
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