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Che sarebbe finita così era nell’aria da quando Franceschini ruppe ogni indugio e chiamò i suoi fedelissimi alle armi contro il Generalissimo Bersani. In quel “non posso lasciare il partito nelle mano di chi c’era prima”, era condensata da una parte la voglia delle “seconde linee” di stare al comando e anche l’amarezza chi già si vedeva andare via.

Fra questi troneggiava la figura del buon vecchio Rutelli. “Vado via subito con dolore” ha dichiarato dopo la sconfitta di Franceschini alle primarie. Sul dolore sono d’accordo. E’ il subito che trae in inganno.  Sbaglia chi riconduce l’addio di Rutelli alla vittoria di Bersani al congresso oppure liquidando il tutto a mire “inciucistiche” con Casini. Rutelli è stato costretto all’addio. Il buon Francesco ha sciolto in tre minuti il suo partito, la Margherita, un partito che da solo aspirava al dieci per cento. Un partito che era anche l’alleato “scomodo” dei Democratici di Sinistra. Era il nocciolo duro dei centristi-cristiani-cattolici di sinistra. Era il partito dei Fioroni, dei Marini, della Binetti e pure del buon Rutelli.Un partito che su questioni etiche si è sempre ben distinti dai DS, allineandosi spesso e volentieri sull’asse Forza Italia-Alleanza Nazionale-Lega-UDC.

La mossa del partito unico, del grande partito riformista, si è alla fine rivelata una mossa per inglobare gli alleati scomodi e recalcitranti alla logica degli ex-PCI. E’ palese, basta vedere che fine ha fatto oggi il sogno veltroniano e le grandi folle che invadevano Roma per Walter. Così Rutelli si è trovato in un partito che dopo manco un anno ha perso il suo leader e che aveva scelto di risolvere la questione della linea etica/morale non risolvendola. Si è trovato relegato a Presidente del COPASIR, importantissima commissione parlamentare, ma pur sempre una commissione parlamentare. Ma soprattutto si è trovato prima quasi ri-relegato al ruolo di eterno sindaco di Roma. Lui che era stato anche il candidato Premier dell’Ulivo. Poi si è trovato per terra, colpito alla schiena dal fuoco amico di sessantamila voti che al ballottaggio gli hanno voltato le spalle. Era nero in volto il buon Rutelli. “Analizzeremo i dati e cercheremo di comprendere chi sono i circa centomila elettori del centrosinistra che si sono astenuti nel ballottaggio anche come contraccolpo alle elezioni politiche. Va analizzato anche il numero di elettori che hanno votato Zingaretti e Alemanno. Per parte mia penso di avere fatto il mio dovere. Nella mia vita pubblica ho avuto tante soddisfazioni, tanti successi, ma quella di oggi è una sconfitta e un’amarezza grande”. Questo è stato il discorso di addio di Rutelli al PD. Era il 28 aprile 2008.

Oggi Rutelli annuncia che ha dato vita ad un nuovo soggetto politico: “Alleanza per l’Italia”. La prima convention nazionale si terrà a Parma l’11 e 12 dicembre. In preda alla mania della scelta on line, che fu prima di Grillo, poi Berlusconi, di Renzi, per arrivare ai mitici messaggi via twitter di Franceschini e Di Pietro, ecco che l’ex sindaco di Roma ha annunciato che “il logo sarà scelto on line”.  Il pensiero del nuovo soggetto politico è noto. Basta riguardare a quello che Rutelli ha scritto nel suo libro La Svolta (qui l’articolo).

La cosa interessante è che sarà il partito degli addii. La prima grande conseguenza della civil war del PD. Sarà un caso, ma da quando è noto che Bersani ha vinto le primarie, sono ben 10 i parlamentari che hanno abbandonato le rispettive formazioni nell’opposizione. Dal PD se ne sono andati Rutelli, Calearo, Cacciari, Dellai e Lanzillotta (notizia di oggi). Dall’UDC si è dimesso Tabacci, che infatti è nominato portavoce di questo partito che ancora non c’è. Dall’Italia dei Valori se ne sono andati Pisicchio, Misiti, Razzi e Astore.

Certo, formalmente Tabacci se n’è andato dall’UDC dopo l’incontro Casini-Berlusconi, che ha segnato un disgelo nei rapporti fra lo scudo crociato e il “Crociato di Arcore” che può essere cruciale per il futuro del centrodestra. Gli esuli dell’Italia dei Valori se ne sono andati in seguito alla guerra intestina che si sta combattendo al di dentro del partito dell’ex PM. Passare dal 2 % al 10 % e continuare a gestire tutto in famiglia non ha fatto bene al buon Tonino. Dopo gli affondi di Flores D’Arcais su Micromega e la fronda che sta allestendo De Magistris, ecco che l’IdV appare più fragile di quanto non si pensi. Il partito è lacerato dal conflitto fra giustizialisti ed ex democristiani. Fra chi denuncia le logiche clientelari e chi non ce la fa più a stare sotto un padre padrone. Di Pietro rischia quasi di esser defenestrato dal proprio partito. Non è un caso che sia passato dall’opposizione dura e pura al quasi dialogo sul tema delle riforme. Sarà interessante veder come si evolverà la situazione. Ma dopotutto quando si ha come numero due del partito Leoluca Orlando, che stando a quanto racconta Cossiga sul suo ultimo libro, ha come motto “meglio mille innocenti in carcere che un mafioso libero”, beh mi pare che la situazione di dove si andrà a finire è chiara.

Al momento pare che tutti questi addii ruotino intorno a Rutelli. Per ora sono dieci. Manca solo il portiere.

La guerra di Dario

Pubblicato: 29 ottobre 2009 in Politica
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DevilCrocchettNon ce l’ha fatta il nostro eroe. E così dopo poco più di sei mesi di conduzione del partito, il Dario viene travolto dal 53 % di Bersani alle primarie. Lo sapevamo tutti come sarebbe andata a finire. E sicuramente lo sapeva anche Franceschini. Troppo grande il tonfo alle europee e alle amministrative, troppi i no e le polemiche continue con la maggioranza. Alla fine il disprezzo saponato del buon Dario non ha pagato. Non si può essere oggi dei moderati riformisti e domani dei filodipietristi. Oggi stare con i popolari e domani bruciare sul rogo della politica l’on. Binetti per farsi vedere che si è laici. Non si può chiudere la porta in faccia a Di Pietro per la sua opposizione sguaiata e poi farsi inquadrare con i calzini turchesi in segno di protesta e solidarietà col giudice Masiano.

E così il Generale Bersani ha fatto piazza pulita di un David Crockett Franceschini arroccato nella sua Fort Alamo della segreteria. Non sono bastati i Fassino, i Cofferati, i Sassoli e l’eroica Serracchiani. Le irrequietudini e le incertezze dei vari Veltroni, Marini e Rutelli non hanno poi inciso più di tanto.

Un vecchio adagio di Cesare Balbo dice “Solo i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità; i forti e i costanti non sogliono chiedere quanto fortemente nè quanto a lungo, ma come e dove abbiano da combattere. Non hanno bisogno se non di sapere per quale via e per quale scopo, e sperano dopo, e si adoperano, e combattono, e soffrono così, fino alla fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti”. Diciamo che la battaglia per la segreteria del PD si è giocata per lo più sui calcoli e adesso si lasciano a Bersani gli adempimenti.

Franceschini ha pagato per la sua inadeguatezza e per la sua arroganza. L’annuncio di un parlamentare di colore come vice puzzava troppo di mossa disperata per riprendere almeno i voti dei buonisti. L’ha ammesso lui stesso quando ha detto che aveva scelto Touadi perchè nero. Povero Tuadi. Non so lui, ma io se mi sento dire che sono scelto perchè sono bianco o alto..beh diciamo che dopo non mi scelgono più. Franceschini ha pagato e sulla sua parentesi pesa come un macigno il commento di Pansa apparso su Libero: “Nell’ascoltarlo in diretta tivù mi venne in mente un vecchio detto cinese: quando il sole è al tramonto, l’ombra del nano si allunga. Accidenti, era proprio così. Il sole democratico stava svanendo all’orizzonte e il piccolo DF si comportava da gigante…Gli elettori del Pd lo hanno punito, mandandolo a casa. Un atto di legittima difesa. Speriamo che Pierluigi Bersani confermi le speranze che molti ripongono in lui. Compresi i tanti sinora rimasti estranei al Pd del signor DF, un nano politico ritornato nano.”

Ma l’eroica resistenza di Dario non finisce qui. Il suo esercito è decimato: Rutelli prepara le valige insieme a non si sa chi altri, Cofferati è stato sconfitto pesantemente in Liguria, Fassino sembra aver fatto voto del silenzio, mentre Franco Marini sembra voler cambiare casacca. Su Marini voglio spendere una parola. Si dirà che è il solito democristiano che cerca l’accordicchio, ma quello che forse non si considera è che questo scontro è nato dentro il PD e deve essere superato subito. Rimuginare sulla sconfitta, accusarsi l’un l’altro o andarsene dimostrerebbe che le primarie sono una bidonata per imbonire i fans. Panem e circem dicevano i romani. E così mentre il vecchio democristiano sembra tessere nuove alleanze post guerra civile, Franceschini pare riunire i trasfughi e preparare la resistenza.

Martedì sul suo twitter è apparso questo messaggio: “Non possiamo disperdere la rete di rapporti che abbiamo costruito durante le primarie.Serve un’Area Democratica che rafforzi da dentro il PD”. E corrente sia! Ecco la prima grana per Bersani. Una grana che pare più grande se consideriamo la prima sfida del neosegretario: da una parte le alleanze dall’altra l’equilibrio del partito. E l’equilibrio passa dalla nomina dei nuovi capigruppo alla Camera e al Senato.

In segno di rispetto al nuovo Cesare, sia la Finocchiaro che Soro si sono dimessi. Adesso devono essere rieletti i nuovi. Alla Camera, Bersani non ha problemi e il totonomine pare incoronare Enrico Letta come nuovo capogruppo del battaglione deputati. Ma al Senato le cose cambiano. I numeri parlano chiaro. Al Senato ci sono 61 sostenitori di Franceschini contro 47 Bersaniani, 3 Mariniani, 3 radicali e 3 neutrali. Nella peggiore delle ipotesi 61 contro 56. Facciamo anche 60 contro 57 se consideriamo Marini con Bersani. Il morale della favola non cambia: il capogruppo al Senato passa da un accordo con Franceschini. E cosa vuole Franceschini? La presidenza, un ruolo da capogruppo, diventare il numero due al pari di D’Alema? E chi si aspettava tanta resistenza da parte di un deputato che fino a un’anno fa era uno dei tanti della Margherita?

La guerra civile è appena diventata guerra di resistenza.

La Svolta di Francesco Rutelli

Pubblicato: 2 ottobre 2009 in Politica
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la svoltaDevo dire che sono incuriosito. Chi scrive non è mai stato un fan accanito dell’ex sindaco di Roma anzi, ho sempre mantenuto un giudizio molto critico nei confronti di un politico che giudicavo alla stregua di un’opportunista. Da radicale a centrista cattolico. Altro che conversione! Pensavo fosse solo una finta svolta riformista di un uomo che per farsi eleggere aveva capito che fare il centrista di sinistra è più conveniente che fare il radicale. Sbagliavo.

Sono passati anni, sono passate elezioni e incarichi. Onorevole, sindaco di Roma, candidato premier, ministro, vicepremier e infine senatore. Oggi, come si legge dal suo sito, è  ”eletto con voto unanime Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che sovrintende al controllo dell’intelligence”. Un’incarico sicuramente di prestigio, la presidenza di una delle commissioni parlamentari più importanti. Una commissione di quelle che vanno all’opposizione proprio per garantire gli equilibri dello Stato.

E’ indubbio che il senatore Rutelli si è ritagliato negli ultimi dieci anni un ruolo di tutto rispetto sia all’interno del centrosinistra che più in generale nella politica italiana. E’ a Rutelli che dobbiamo la riorganizzazione della area centrista di sinistra e la creazione della Margherita. Un partito che alla prima uscita ha portato a casa il 14,52 % (con l’UDEUR) e che da solo nel 2006 ha raccolto più del 10 %. A ben vedere è proprio dall’intuizione di Rutelli (e degli altri sindaci che erano con lui) che si gettano le basi per la creazione del Partito Democratico. Fu di fronte ad un partito centrista organizzato, che aveva in dote un 10 % dei voti, che alcuni figli del PCI cominciarono a valutare l’importanza di favorire la nascita di un soggetto unico a sinistra. E forse, proprio con gli occhi di chi ora è deluso da questo non dibattito congressuale, anche chi salutava il PD come la grande forza riformista, è quasi portato a credere che quella teoria del complotto dalemiano sussurrata a destra sia vera. Quella teoria di chi dice che il PD l’hanno fatto con l’avvallo di D’Alema che non vedeva l’ora di mettere sotto la sua ala una forza che a lunga andare poteva rivelarsi scomoda. Una teoria che cerca e trova la sua controprova in quella tipica mossa del Lìder Maximo di mettere un moderato a prendere il consenso, per poi silurarlo e sostituirlo. Così fu con Prodi, così è stato con Veltroni. E stranamente così è stato con Rutelli, passato dall’essere vicepremier al vedersi di nuovo candidato a sindaco di Roma. Lui che già aveva fatto due mandati  (1993 e 1997). Lui che si è visto sconfitto al ballottaggio con Alemanno, una sconfitta resa ancora più bruciante da quei sessantamila voti che sono andati al PD alle provinciali e al PDL alle comunali. Stesso ballottaggio, stessi seggi, due schede diverse. Sessantamila voti che in quei secondi, in cui un uomo piega una scheda elettorale, passano da sinistra a destra.

Ci incuriosisce sapere cosa scrive Rutelli, anche alla luce di quegli ondivaghi slanci del segretario Franceschini, sempre meno moderato e sempre più incline a dire quella che la folla a cui sta parlando vuole sentirsi dire: così che arriva a parlare oggi di laicità infischiandosene di quello che aveva detto ieri di fronte ai cattolici. Il buon Rutelli si deve sentire come un profeta in patria. Disprezzato. Incompreso.

Ci incuriosisce quell’abbraccio con Casini alla festa dell’UDC al pari di come ci incuriosisce , nelle anticipazioni del suo ultimo libro, quel richiamo al “governo del presidente con larga maggioranza e programmi ambiziosi da fare subito”. Quasi come a dire: se bocciano il lodo Alfano e Berlusconi esce di scena, contatemi nella nuova alleanza Fini-Casini. Sono cattiverie della politica, commenti da mogli invidiose della bellezza della nuova maestra di scuola dei figli. Soprattutto perchè morto un lodo Alfano se ne fa un altro, così come è stato per il lodo Schifani. Non tanto per l’irragionevolezza di una possibile futura alleanza.

Se qualcuno è interessato, sul suo sito è presente un link alla rassegna stampa della presentazione del libro. Consiglio soprattutto l’articolo del Riformista e l’intervento su Europa.(clicca qui per aprire il pdf con la rassegna stampa)

Ieri in Parlamento c’è stato l’ultimo.. l’ennesimo.. (non so più che aggettivi usare) tonfo del Partito Democratico.

La notizia, tanto per farla breve, è stato il voto favorevole in seno alla commissione sanità da parte della senatrice Doriana Bianchi all’avvio di un’indagine sulla RU486. Il voto favorevole della senatrice del PD, che subito dopo è stata costretta a dimettersi, ha portato alla luce la fragilità strutturale del Partito Democratico.

Laici e cattolici. Comunisti e democristiani. Mi pare evidente, e dopo ieri forse è diventato evidente anche per una larga parte del PD, che non possono stare insieme. Sembrerà lo stesso ritornello, ma purtroppo è la continua mancanza di volontà nel cercare di risolverlo che porta puntualmente tutti a chiederci “ma come fate a stare insieme?”. E se guadiamo a quello che è successo ieri, e a come la cosa è stata gestita dai vertici del partito, tutto appare limpido.

In commissione sanità si parla da tempo di portare avanti un’indagine parlamentare sugli effetti della RU486, visti sia i casi di decesso accertati, sia gli evidenti contrasti con l’attuale legge sull’aborto.  I senatori del PDL e il governo da questo punto di vista sono decisi e hanno una posizione chiara, invece quelli del PD naufragano in alto mare. La spaccatura fra cattolici e laici è evidente. Tanto sono spaccati che da quanto si legge su Repubblica, la linea adottata dal duo Finocchiaro-Bianchi era quella che va bene mettere ai voti la volontà di fare o meno l’indagine, ma parliamone dopo il congresso. Per la serie, continuiamo a rimandare e a nascondere la polvere sotto il tappeto. La Finocchiaro conferma pure che aveva anche chiesto a Tommasini del PDL di rimandare e di non mettere il PD nei casini proprio ora.

Ovviamente dal PDL hanno visto bene di andare avanti. Forte di un nulla di fatto dal partito, la rutelliana Bianchi ha votato a favore dell’indagine. Il putiferio! Il senatore Marino ha subito dichiarato a caldo “Dorina Bianchi è oramai un problema oggettivo per il Partito Democratico”, mentre Bersani se l’è cavata affermando che quanto ha fatto Dorina Bianchi è un “cattivo uso dei casi di coscienza”. Poteva mancare Franceschini? Con il fiato sul collo del congresso e con la voglia di non perdere voti nell’elettorato laicale, il segretario ha subito detto che “La Chiesa non può imporre come votare” e che “la linea è una e tutti si devono adeguare”. Perfetto. Ora però due domande sorgono spontanee: qual’è la linea e soprattutto perché si deve gridare al complotto papale se una vota secondo coscienza? E viene anche da chiedersi perchè se questo laicismo è la linea del PD, cosa se ne fa il partito dei rutelliani e dei teodem?

Ho sempre ammirato l’aggettivo teodem, lo ritengo un’invenzione semantica eccezionale. Chi è che viene definito teodem? Coloro che votano da cattolici di fronte ai problemi e alle questioni sollevate nel parlamento: cioè quei cattolici che fanno proprio il giudizio della Chiesa sui temi sociali. Quindi visto che nell’ex Ulivo (ora PD) ci sono parlamentari che pur di ottenere il voto laico si presentano si come  cattolici ma però ci tengono a fare i distinguo su tutto e hanno il problema di riconoscere che il loro essere cattolico non c’entra con il loro essere politico. Giusto, dopotutto Gesù Cristo non predicava per la Galilea, stava a casa sua a ricevere la gente su appuntamenti, e pare che invece di parlare di tutto, si intratteneva solo su temi quali la pesca, la pace e la salvezza.  Per carità, è giusto che ognuno creda in quello che vuole. Però personalmente ritengo che sia comica la differenza fra cattolico-democratici e teodem. Differenza forse meno comica per Rutelli e soci che sembrano sempre più sul piede di partenza direzione Grande Centro. Magari fra qualche mese poi Bersani chiede l’alleanza proprio all’UDC…

Comunque mi pare evidente che un problema di questo tipo sia fondamentale per la stabilità e la crescita di un partito. Ma è mai possibile che il PD sia di marmo quando deve infamare Berlusconi o gridare contro i reati finanziari, mentre sembra l’armata Brancaleone quando si tratta di temi come la vita, le relazioni internazionali e la società?

Lo scontro nel congresso pare aver ancora di più acuito le differenze e le ambiguità di un partito che forse faceva meglio a non nascere. Il dibattito stesso sul congresso è nato in chiara polemica (vedi il video messaggio di Franceschini), mentre oggi c’è molta più attenzione ai nove voti del circolo PD in Oceania (che mi immagino fondamentale) che non sulle proposte e le mozioni! Nessuno pare fare adeguata attenzione anche alle contraddizioni delle dichiarazioni dello stesso segretario in carica e dei suoi fedelissimi: da una parte si risponde piccati alla diffusione dei sondaggi che danno in testa Bersani e ai continui aggiornamenti che vedono sempre Bersani in testa, dall’altra si diffonde i dati dell’Australia (!) e soprattutto si rilascia continue dichiarazioni sul fatto che queste fra iscritti non sono le vere primarie, ma che per quelle dovremmo aspettare quando saranno chiamati tutti (iscritti e non iscritti) a votare. Ma scusate, perchè non sciogliete il partito?

Sono giorno caldi questi, ma non perchè oramai siamo nel pieno dell’estate e alle soglie di agosto. Sono giorni caldi in politica. Il centrodestra si interroga e fa la conta sulla questione del Sud, con Berlusconi che mette l’ennesima pezza per risolvere un conflitto che se non può arrivare a mettere in crisi la maggioranza, di sicuro ne adombra l’immagine e l’operato.

Il PD non se la passa meglio. La corsa per il congresso è ufficilmente iniziata. I tre candidati sono in pista e stanno facendo i loro giri in attesa di tagliare il tanto sospirato traguardo di ottobre. E’ stata scongiurata la possibilità di un quarto candidato: dopo il ritiro di Adinolfi, l’estromissione di Rutigliano, la non validità dell’iscrizione di Beppe Grillo e la rinuncia di Niccolini. Questa volontà del PD di fare quadrato intorno a tre candidati sembra comunque non giovare alla sua salute.

Oggi torna protagonista sulle pagine di due quotidiani (Libero e l’Unità) quello che potremmo chiamare il disagio centrista del PD. Sulle pagine dell’Unità (qui) si legge una lettera firmata da 15 deputati del PD, fra i quali Paola Binetti, Pierluigi Castagnetti, Luigi Bobba e Enzo Carra, che prendono le distanze dalla striscia quotidiana “Lo Sbattezzo” e alla quale non risparmiano dure critiche. La striscia, promossa dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, vuol proporre in chiave ironica le avventure di chi vuole uscire a tutti i costi dalla Chiesa Cattolica. Si può esser d’accordo o meno con la comicità, ma sicuramente i 15 deputati centrano una contraddizione importante: da una parte l’Unità (ma leggiamo pure la sinistra ndr) chiede costantemente al Vaticano di esprimesi con giudizi critici sulla condotta del Premier, riconoscendo quindi implicitamente al Santo Padre e alla Chiesa un’autorità morale sulla vita e sulle tematiche quotidiane. Dall’altro il giornale (ma leggiamo pure la sinistra ndr) vuole continuare a proporre questa questione oramai “superata”: “Nessuno può essere obbligato a credere se non vuole, dal momento che l’atto di fede è uno di quelli che più impegnano la libertà personale.” Non ha torto la premiata ditta Binetti & soci nel dire che questa cosa altro non fa che portare avanti l’idea di una chiesa ostile.

I 15 chiedono “se è consapevole del grado di disagio che crea il giornale (ma leggiamo pure la sinistra ndr) in molti dei suoi potenziali nuovi lettori, a cominciare da noi parlamentari, quando si arriva a quelle pagine che rivelano un clima tutt’altro che rispettoso di idee, valori e convinzioni. […] Ci sono temi più interessanti per approfondire il dibattito pre-congressuale, per esempio il ruolo della religione nello spazio pubblico! Indubbiamente le pagine sullo ‘’sbattezzo” appaiono una vera e propria caduta di tono. […] Ci auguriamo che questo tema non venga rapidamente derubricato invocando la laicità… in questo caso una laicità non solo e non tanto anticlericale, quanto atea e agnostica…”.

La polemica assume tratti inquietanti se arriviamo a leggere l’articolo di Elisa Calessi su Libero dal titolo “Il papà della Margherita prepara il funerale al cadavere del Pd”. Oggetto del contendere sono le dichiarazioni di Lorenzo Dellai, ex sindaco di Trento e fondatore della Margherita che annuncia “Stiamo lavorando, io e altre persone …alla costruzione di un partito di centro che non sia antagonista o in competizione con il Pd, bensì complementare e sia utile a recuperare il tessuto sociale come i ceti disorientati …a un partito che raccolga l’elettorato moderato, popolare, liberaldemocratico, aperto a contributi laici e al mondo ambientalista. Non vogliamo un nuovo partito cattolico o confessionale”.

Un progetto che può essere realistico se pensiamo a Rutelli, a Follini e alle loro mire pro UDC per il destino della sinistra. Aggiungiamo anche il carico da undici dell’editoriale di Rutelli su Europa del 21 luglio: “se il PD accetta di essere sistematicamente qualificato come “la sinistra”, più ancora che bollito, è fritto.”. I giochi sono fatti.

Ma non finisce qui. Due giorni fa è stato reso noto che in Friuli, la franceschiniana Debora Serracchiani si troverà come avversario niente di meno che Beppino Englaro, che correrà nella lista di Ignazio Marino.

La sfida nel PD è aperta: quella che sembrava una lotta per il futuro del PD, assume sempre più il carattere di una sfida nell’eterna contraddizione fra l’anima di sinistra e l’anima centrista. Il PD doveva essere la sintesi di queste due anime, ma ha fallito nel tentativo. Il nodo non è mai stato affrontato in modo risolutivo, la strada scelta fino ad oggi è sempre stata quella di nascondere tutto sotto il tappeto o dare una risposta che scontentava gli uni e gli altri.

Solo qualche mese fa in parlmento, la cosiddetta mozione della maggioranza per scongiurare la triste fine di Eluana, fu votata da una larga maggioranza che andava dalla Lega all’MPA, dal PDL all’UDC fino a larga parte del PD. Più che segnali, questi sono fatti. Il principio della laicità dello Stato è fondamentale, ma è fondamentale che i provvedimenti siano vera rappresentanza del popolo e del comun sentire di una nazione. Se più tre quarti del parlamento votano a favore di un drecreto come questo,  se un governo rischia di cadere sul riconoscimento delle unioni civili, se in piazza sfilano un milione di persone per la difesa della famiglia, chiediamoci qual’è veramente il sentimento di una nazione. E’ noto che è più visibile una minoranza rumorosa, rispetto ad una maggiornaza silenziosa. Parimenti però è noto che non deve esistere quella che Tocqueville chiamava “dittatura della maggioranza”, ma che tutte le istanze devono essere ascoltate e garantite.

E’ visibile a tutti che i cattolici sentono più garantita la loro identità e i loro valori da  un governo come quello di Berlusconi, composto da solo un cattolico (Ronchi) e da esponenti dell’esperienza socialista, liberale e laica, che non dal governo Prodi. Il problema non è chi sei, o in chi credi, me è “come ti muovi?”. non basta un Prodi, una Bindi e un Letta per avere il favore della maggioranza cattolica. Proprio per questo motivo sembra aver avuto più successo la mozione Bersani di quella Franceschini nell’animo dell’elettore cattolico. Poche parole. Un concetto. Chiarezza.

Questi sono temi sui quali affrontare una sintesi fra centristi e ex DS per costruire veramente il Partito Democratico. Per far si che il PD non resti uno spot elettorale o un modo per tentare di eliminare i dissensi fra alleati, visto fra l’altro che negli ultimi due anni tali dissensi sono aumentati. Questa è la vera sfida del PD a questo congresso. Sfida che viene sempre più sintetizzata dalla domanda: “riusciremo a stare insieme dopo il congresso?”

Un percorso certo non facilitato dalle notizie che sopraggiungono ora delle perquisizioni nelle sedi dei partiti di sinistra all’interno dell’inchiesta di Bari.