Che sarebbe finita così era nell’aria da quando Franceschini ruppe ogni indugio e chiamò i suoi fedelissimi alle armi contro il Generalissimo Bersani. In quel “non posso lasciare il partito nelle mano di chi c’era prima”, era condensata da una parte la voglia delle “seconde linee” di stare al comando e anche l’amarezza chi già si vedeva andare via.
Fra questi troneggiava la figura del buon vecchio Rutelli. “Vado via subito con dolore” ha dichiarato dopo la sconfitta di Franceschini alle primarie. Sul dolore sono d’accordo. E’ il subito che trae in inganno. Sbaglia chi riconduce l’addio di Rutelli alla vittoria di Bersani al congresso oppure liquidando il tutto a mire “inciucistiche” con Casini. Rutelli è stato costretto all’addio. Il buon Francesco ha sciolto in tre minuti il suo partito, la Margherita, un partito che da solo aspirava al dieci per cento. Un partito che era anche l’alleato “scomodo” dei Democratici di Sinistra. Era il nocciolo duro dei centristi-cristiani-cattolici di sinistra. Era il partito dei Fioroni, dei Marini, della Binetti e pure del buon Rutelli.Un partito che su questioni etiche si è sempre ben distinti dai DS, allineandosi spesso e volentieri sull’asse Forza Italia-Alleanza Nazionale-Lega-UDC.
La mossa del partito unico, del grande partito riformista, si è alla fine rivelata una mossa per inglobare gli alleati scomodi e recalcitranti alla logica degli ex-PCI. E’ palese, basta vedere che fine ha fatto oggi il sogno veltroniano e le grandi folle che invadevano Roma per Walter. Così Rutelli si è trovato in un partito che dopo manco un anno ha perso il suo leader e che aveva scelto di risolvere la questione della linea etica/morale non risolvendola. Si è trovato relegato a Presidente del COPASIR, importantissima commissione parlamentare, ma pur sempre una commissione parlamentare. Ma soprattutto si è trovato prima quasi ri-relegato al ruolo di eterno sindaco di Roma. Lui che era stato anche il candidato Premier dell’Ulivo. Poi si è trovato per terra, colpito alla schiena dal fuoco amico di sessantamila voti che al ballottaggio gli hanno voltato le spalle. Era nero in volto il buon Rutelli. “Analizzeremo i dati e cercheremo di comprendere chi sono i circa centomila elettori del centrosinistra che si sono astenuti nel ballottaggio anche come contraccolpo alle elezioni politiche. Va analizzato anche il numero di elettori che hanno votato Zingaretti e Alemanno. Per parte mia penso di avere fatto il mio dovere. Nella mia vita pubblica ho avuto tante soddisfazioni, tanti successi, ma quella di oggi è una sconfitta e un’amarezza grande”. Questo è stato il discorso di addio di Rutelli al PD. Era il 28 aprile 2008.
Oggi Rutelli annuncia che ha dato vita ad un nuovo soggetto politico: “Alleanza per l’Italia”. La prima convention nazionale si terrà a Parma l’11 e 12 dicembre. In preda alla mania della scelta on line, che fu prima di Grillo, poi Berlusconi, di Renzi, per arrivare ai mitici messaggi via twitter di Franceschini e Di Pietro, ecco che l’ex sindaco di Roma ha annunciato che “il logo sarà scelto on line”. Il pensiero del nuovo soggetto politico è noto. Basta riguardare a quello che Rutelli ha scritto nel suo libro La Svolta (qui l’articolo).
La cosa interessante è che sarà il partito degli addii. La prima grande conseguenza della civil war del PD. Sarà un caso, ma da quando è noto che Bersani ha vinto le primarie, sono ben 10 i parlamentari che hanno abbandonato le rispettive formazioni nell’opposizione. Dal PD se ne sono andati Rutelli, Calearo, Cacciari, Dellai e Lanzillotta (notizia di oggi). Dall’UDC si è dimesso Tabacci, che infatti è nominato portavoce di questo partito che ancora non c’è. Dall’Italia dei Valori se ne sono andati Pisicchio, Misiti, Razzi e Astore.
Certo, formalmente Tabacci se n’è andato dall’UDC dopo l’incontro Casini-Berlusconi, che ha segnato un disgelo nei rapporti fra lo scudo crociato e il “Crociato di Arcore” che può essere cruciale per il futuro del centrodestra. Gli esuli dell’Italia dei Valori se ne sono andati in seguito alla guerra intestina che si sta combattendo al di dentro del partito dell’ex PM. Passare dal 2 % al 10 % e continuare a gestire tutto in famiglia non ha fatto bene al buon Tonino. Dopo gli affondi di Flores D’Arcais su Micromega e la fronda che sta allestendo De Magistris, ecco che l’IdV appare più fragile di quanto non si pensi. Il partito è lacerato dal conflitto fra giustizialisti ed ex democristiani. Fra chi denuncia le logiche clientelari e chi non ce la fa più a stare sotto un padre padrone. Di Pietro rischia quasi di esser defenestrato dal proprio partito. Non è un caso che sia passato dall’opposizione dura e pura al quasi dialogo sul tema delle riforme. Sarà interessante veder come si evolverà la situazione. Ma dopotutto quando si ha come numero due del partito Leoluca Orlando, che stando a quanto racconta Cossiga sul suo ultimo libro, ha come motto “meglio mille innocenti in carcere che un mafioso libero”, beh mi pare che la situazione di dove si andrà a finire è chiara.
Al momento pare che tutti questi addii ruotino intorno a Rutelli. Per ora sono dieci. Manca solo il portiere.
Non ce l’ha fatta il nostro eroe. E così dopo poco più di sei mesi di conduzione del partito, il Dario viene travolto dal 53 % di Bersani alle primarie. Lo sapevamo tutti come sarebbe andata a finire. E sicuramente lo sapeva anche Franceschini. Troppo grande il tonfo alle europee e alle amministrative, troppi i no e le polemiche continue con la maggioranza. Alla fine il disprezzo saponato del buon Dario non ha pagato. Non si può essere oggi dei moderati riformisti e domani dei filodipietristi. Oggi stare con i popolari e domani bruciare sul rogo della politica l’on. Binetti per farsi vedere che si è laici. Non si può chiudere la porta in faccia a Di Pietro per la sua opposizione sguaiata e poi farsi inquadrare con i calzini turchesi in segno di protesta e solidarietà col giudice Masiano.
Devo dire che sono incuriosito. Chi scrive non è mai stato un fan accanito dell’ex sindaco di Roma anzi, ho sempre mantenuto un giudizio molto critico nei confronti di un politico che giudicavo alla stregua di un’opportunista. Da radicale a centrista cattolico. Altro che conversione! Pensavo fosse solo una finta svolta riformista di un uomo che per farsi eleggere aveva capito che fare il centrista di sinistra è più conveniente che fare il radicale. Sbagliavo.