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L’effetto domino di Veltroni

Pubblicato: 17 settembre 2010 in Politica
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Basta che un Veltroni qualunque agiti lo spettro di una scissione, ed ecco che si risvegliano le fazioni all’interno del PD cittadino.  In questi giorni abbiamo visto un bel siparietto targato Fuso – Pierguidi – Collesei.  E’ bastato molto poco per far capire che le tensioni cittadine dei democratici sono ben lungi dall’essere sedate. Certo il decisionismo renziano unito alla fragilità del Pdl gigliato riescono a nascondere bene gli sguardi torvi che si scambiano i “compagni” di partito.

A Firenze in principio fu il caos della corsa a sindaco, una corsa che sembrava la solita battaglia fra poteri forti romani. C’erano tutti: il veltroniano, la dalemiana, il candidato bersaniano… Sembrava un film già visto e che purtroppo vediamo ancora oggi che sono passati due anni… ma è bastata tanta faccia tosta e molto internet per permettere all’unico candidato fuori dal palazzo di stravincere al primo turno. Le reazioni del mondo politico fiorentino a sinistra di Renzi sono note, così come le tensioni per i nuovi equilibri a Palazzo Vecchio.

Sono passati due anni. Due anni dove Renzi ha fatto di Firenze il suo trampolino di lancio per nuove alleanze, trovandosi stretto da un Provincia e da una Regione mai troppo indulgenti con l’uomo “contro tutti”. Al punto che Renzi se n’è andato da solo a trattare col Ministero a Roma per la scuola, defilandosi dal “blocco rosso” toscano ed è andato a cercare un ponte proprio con Civati, che vedremo a novembre. Quel Pippo Civati, esponente di punta dei giovani democratici, che si trovò proprio un anno fa a Piombino insieme a Sofri, Serracchiani e a Renzi stesso.  E pensare che finora le scelte del buon Matteo si sono rivelate vincenti: criticate da destra e dalla sinistra Pd, hanno però fatto presa sull’immaginario dell’elettore, che lo ha premiato come “il sindaco più amato”. E così mentre Renzi pensa già a nuove alleanze e si gode il consenso, ecco che Mauro Fuso, segretario cittadino della CIGL, sferra l’ennesimo attacco a Renzi. Un attacco che ha scatenato la pronta reazione del consigliere Pierguidi, falco renziano della prima ora, che è arrivato a definire la CGIL fiorentina come “la peggiore del paese”, usando toni  che nemmeno Gasparri o Feltri userebbero. Oggi è entrata sul ring la consigliera Stefani Collesei, docente, Presidente della Commissione Lavoro ed esponente della Sinistra Pd. “Non so dove voglia andare questo Pd esprimendosi così.” Frasi e parole che abbiamo già udito proprio in questi giorni da Veltroni, il quale ha lanciato proprio ieri un nuovo “Movimento” con i suoi vecchi compari. Quello che è certo è che né la Collesei né tanto meno Fuso stravedono per Veltroni e per questo Pd.  E se fosse Vendola la loro idea di Pd? Riuscirà Renzi a difendere Palazzo Vecchio dalle inside che nuove primarie e nuove elezioni possono risalire da Roma?

Neanche un mese fa si chiudeva il congresso che sanciva la vittoria di Bersani per la guida della segreteria del Partito Democratico. L’elezione del neo segretario avveniva al termine di cinque mesi di duri scontri all’interno del partito. Franceschini, Bersani e Marino.

Una corsa a tre che ha coinvolto nel bene e nel male tutti, dentro e fuori dal partito. Dal videomessaggio di Franceschini, all’esito del congresso. Dalla riunione dei piombini alla “Svolta” di Francesco Rutelli. Un viaggio attraverso i giorni che hanno infiammato il dibattito politico italiano in questi ultimi mesi.  Lo  sguardo dell’autore si concentra ora sui momenti di massima tensione ora sui picchi di iniziativa politica dei vari Bersani, Serrachiani, D’Alema, Fassino, Rutelli, sui tentennamenti di Chiamparino e  Veltroni, e sui non allineati di Chiti a Firenze. E sullo sfondo la guerra editoriale fra quotidiani, i continui attacchi di Di Pietro , lo scandalo escort, il G8, il lodo Alfano e la manifestazione sulla libertà di stampa in Italia.

Tutto nasce dal dopo voto delle Europee di giugno. Mentre le schermate mandavano di continuo il distacco di 7 punti fra PDL e PD, mentre proiezione dopo proiezione emergeva con forza che il PD si attestava sul 26 %.  E i leader del PD si limitavano a rispondere piccati che avevano vinto le elezioni. Da qui  parte il viaggio attraverso le dichiarazioni, gli schieramenti. Un diaro di viaggio delle politiche e nell’antipolitica del più «grande partito riformista».

Andrea Ambrosino, nasce a Firenze, la Rossa Firenze. Qui vive, va a scuola e si laurea in Scienze Politiche. Lavora presso una cooperativa che opera nel settore della formazione, istruzione e lavoro.

Il libro è disponibile da ordinare on line presso il sito lulu.com (http://stores.lulu.com/ambrox) e presto presso amazon.com. E’ disponibile sia nella versione cartacea standard che in formato ebook da scaricare.

qui l link dal quale scaricare il comunicato in file pdf:  COMUNICATO STAMPA

Un sms Riformista (ep. 11)

Pubblicato: 29 ottobre 2009 in Varie
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Opinioni

Per Veltroni è un suicidio rifluire nel socialismo. Per Berlusconi la vera anomalia sono i pm comunisti. Per Bersani la politica non è un lenzuolo. Mi piacerebbe sentire cosa pensano gli italiani.

Ambrox

Il Riformista, SMS/Mail, pag 16, giovedì 29 ottobre 2009

Ieri in piazza a Roma si è finalmente svolta la tanto desiderata manifestazione per la libertà di informazione. Occorre subito dire che è stata una manifestazione un po’ sfigata, di quelle che sembrano non volersi svolgere. Fissata inizialmente per il 19 settembre è stata dapprima rinviata a causa dell’attentato di Kabul, poi all’indomani del tanto atteso 3 ottobre, una valanga di fango travolge Messina e addio prime pagine dei giornali.

Al di là dell’impatto mediatico, la manifestazione di ieri ha avuto come leit-motiv quello dell’opposizione al governo e a Berlusconi. Manifestazione legittima e più che benvoluta. Hanno sfilato gli iscritti alla CGIL, i leader del PD, dell’Italia dei Valori, di Rifondazione e dei Comunisti Italiani. C’erano i precari della scuola e i precari dell’informazione. Quei tanti giornalisti che a causa della crisi della carta stampata si ritrovano in bilico o in mezzo ad una strada. Sono tanti i precari dell’informazione, anche se a ben vedere i più consistenti sono quelli del gruppo Espresso- Repubblica: dalla tv satellitare a All Music, passando per la stessa Repubblica.

Quello di ieri a Roma era un popolo apparentemente disomogeneo. Doveva e poteva essere una chiamata a tutti i cittadini per difendere la libertà di stampa dalla dittatura berlusconiana. Quella di ieri è stata una manifestazione “montata” ad arte per cercare di trasmettere il più possibile questo messaggio di trasversalità e di neutralità basato sulla difesa stessa della democrazia. Nessun leader politico sul palco. Solo giornalisti ed editorialisti. Quindi largo spazio a Siddi della Federazione Nazionale della Stampa, a Saviano, e pure a Baglioni. Santoro e Travaglio preferiscono stare in mezzo alla folla. Non ci salgono loro sul palco!

A guardare quello che c’era ieri in piazza colpiva la forte presenza di bandiere con stemmi politici dalla falce e martello, al gabbiano dell’Idv, alla scritta tricolore del PD. Dopo una giornata di sacrosanta manifestazione pacifica, molti se ne sono tornati a casa soddisfatti. Di Pietro non ha avuto il suo show, ma è comunque riuscito a fare sapere a tutti che il Presidente della Repubblica è un vile e anche un Ponzio Pilato. Si è rivisto il buon Walter, con il suo sorriso da 33,7 %, così lontano dalle faccie dei vari Marino, Bersani e Franceschini. Meno soddisfatti erano proprio questi ultimi del PD che in settimana si sono visti incolpare dell’approvazione del provvedimento sullo scudo fiscale (passata per 20 voti, e il Pd contava 23 assenze!) da parte di Di Pietro che ha sempre più mano libera nel togliere voti al “più grande partito riformista” d’Europa (viste le ultime percentuali). Ma dal PD hanno fatto sapere che i trasgressori saranno severamente puniti. Ieri il buon Tonino era soddisfatto, magari già da oggi è al lavoro per respingere le accuse di Micromega e l’assalto alla dirigenze di De Magistris, ma per un giorno si è goduto il bagno di folla.

Una folla disomogenea al quale forse hanno partecipato tante persone semplici come quell’uomo che ha fermato il capo dello Stato dicendogli di non firmare una legge in nome delle “persone oneste”. Gente semplice e a mio dire usata e strumentalizzata dagli slogan e dai motti di coloro che passano 23 ore su 24 a gridare contro le strumentalizzazioni e la disinformazione. Come ha detto Napolitano stesso in una nota diffusa ieri sera, è noto che “la Costituzione non attribuisce al Presidente alcun potere di veto”. Forse sarebbe bene far leggere veramente tutta la costituzione invece di inventarsi poteri che non esistono e di concentrarsi solo su articoli come il 18 e il 21, funzionali appunto per vestirsi da novelli Orlando. Ma su questo punto crediamo che non ci sia peggior sordo di chi non vuole sentire.

Quella di ieri è stata una manifestazione leggittima. Magari sarebbe stato bello parlare dei motivi che l’hanno mossa. Nota giustamente Mentana che è strano che una manifestazione nata dopo la querela a Repubblica e all’Unità, abbia parlato di tutto ma non delle querele:

Se uno degli obiettivi era quello che fossero ritirate le citazioni contro Repubblica e Unità, non è un caso che è l’unica cosa del quale non si è parlato [...]Ho visto che c’erano i simboli di partiti e sono tornato indietro. C’erano tutti. Anche chi ha appena finito di lottizzare la RAI. Ho a cuore la libertà di informazione ma ritengo che manifestare insieme a leader politici sia la negazione in radice della propria autonomia professionale [...] questa mi è sembrata una manifestazione dell’opposizione [...]Ho trovato condivisibile quello che ha detto Saviano. Ma altri interventi sembravano relazioni a un congresso di partito. Il vero problema oggi è che la politica la fa una parte sola mentre l’altra è così debole da avere bisogno di essere surrogata dai giornali nella battaglia contro Berlusconi. Se il Pd non fosse così ripiegato su se stesso, però, non sarebbe stata Repubblica a fare quella campagna. E la questione sarebbe stata incanalata su binari più politici e meno guardonistici.” (Enrico Mentana, Il Riformista, pag. 3, 4 ottobre 2009)

Una manifestazione alla quale hanno partecipato 300 mila persone per gli organizzatori e “solo” 60 mila persone per la questura. Come sempre in questa guerra di cifre la verità starà nel mezzo. Certo se consideriamo che Firenze ha poco più di 300 mila abitanti, arrivare a dire che in piazza del popolo c’erano 300 mila persone equivale a sostenere che per un giorno tutti i fiorentini stavano in una piazza. E’ un po’ dura da immaginare. Un po’ come il corteo del PD di un anno fa, al quale secondo Veltroni erano in piazza 2 milioni di persone: cioè 7 volte Firenze…

Una manifestazione dell’opposizione vestita a festa dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Magari sarebbe bello sapere che peso hanno testate come Repubblica e Unità nel sindacato dei giornalisti e su Franco Siddi, dopotutto si sa che i segretari vengono eletti e non cascano dagli alberi.

E così anche la Germania si unisce al resto dell’Europa e conferma la svolta a destra. Era nell’aria da un bel po’. Per due elezioni di seguito l’SPD dell’ex Schroeder, dato per morto e sepolto, era riuscito a salvarsi all’ultimo tuffo. Oramai restano a sinistra solo il Portogallo, la Spagna e l’Inghilterra, almeno per ora. L’unica certezza è che i socialisti hanno ora vinto in Portogallo, anche se hanno perso molto in termini di voti (dal 45 al 36 %). Zapatero ha perso le ultime europee e deve guardarsi le spalle anche da El Pais che gli ha dichiarato guerra. Mentre i laburisti inglesi del premier Brown sono dati per sconfitti alle prossime e molto vicine elezioni.

Il responso delle urne in Germania è stato chiaro: i centristi del CDU/CSU ottengono il 33,8%, i socialisti dell’SPD 23 %, i liberali dell’ FDP toccano quota 14,6%, mentre i comunisti della Linke e i Verdi vanno rispettivamente a 11,9% e al 10,7 %.  Sono molte le conseguenze per il mondo politico tedesco che vede in un colpo solo spazzata via l’SPD, tornare i comunisti post-DDR, e vede riformarsi quella coalizione di governo che nella storia della repubblica tedesca ha dapprima affrontato il periodo post-bellico e successivamente la caduta del muro. E’ interessante però lanciarsi in due considerazioni facendo un paragone con la politica italiana.

Il grande risultato dei comunisti della Linke è stato salutato da Paolo Ferrero come un dato che deve far riflettere la sinistra in Italia e in Europa. Per il Ferrero, il risultato dell’SPD alle elezioni tedesche è frutto del “logoramento e (del)la frattura con la propria base socio-culturale, provocati inequivocabilmente da una stagione di subalternità alle politiche neoliberiste e di compresso moderato sul piano sociale e civile…ciò significa il fallimento del progetto a lungo perseguito dalla sinistra moderata in gran parte dell’Europa“. La ricetta proposta è quindi quella di guardare alla Linke e di dar vita ad una federazione di sinistra anticapitalista.

Il problema è che il buon Ferrero non tiene conto di un’analisi a 360 ° del voto tedesco e non fa le dovute proporzioni con la situazione italiana.  E’ vero che la scelta della SPD di partecipare alla grande coalizione con la CDU ha danneggiato i socialisti e ha rafforzato chi è rimasto fuori da questo sistema (vedi la Linke). Così come può essere vero che gli elettori di sinistra radicale hanno punito la sinistra arcobaleno per la subalternità a Prodi. Ferrero però non tiene conto del fatto che in Germania siamo passati da un sistema prevalentemente bipolare con due grandi partiti (CDU e SPD) e altri tre mini-partiti, ad un sistema di 5 partiti con un solo grande partito al centro dello schieramento (CDU). Questo è lo stesso sistema che si è venuto a creare in Italia con i risultati del voto delle ultime politiche: Lega, PDL. UDC, PD e Idv. La Sinistra Arcobaleno è rimasta fuori dallo schieramento perchè i voti di gran parte del suo elettorato sono stati dirottati sull’Idv che era vista come partner a sinistra del PD.

Quindi il vuoto politico denunciato da Ferrero è già stato colmato. Semmai potremmo evidenziare come siano state la legge elettorale e le mosse dei partiti a dare vita a questo sistema e non gli elettori. In Germania sono stati i tedeschi che hanno scelto di creare questo nuovo sistema politico. In Italia, gli elettori hanno solo ratificato quello che i partiti avevano già deciso. Un bipolarismo a 5 partiti. Se una cosa è stata voluta dagli italiani è stata la conferma dell’UDC nel sistema politico della penisola. La morte della sinistra radicale classica era già nell’aria da tempo. Il classico comunismo italiano è stato sostituito dal ben più martellante giustizialismo dell’Italia dei Valori.

E in questo quadro di desolazione a sinistra, l’unico che ride è il buon vecchio Veltroni. Il suo PD subì quella che a ragione fu definita come una disfatta elettorale, ovvero quel 33,7 % che oramai resta quasi un traguardo irraggiungibile per il pd nostrano. Ma se guardiamo bene in Germania l’SPD porta a casa il 23 %. Alle europee in Francia i socialisti sono scesi al 16, in Austria sono al 23, mentre i laburisti inglesi sprofondano al 15,3 %. Ride Veltroni che fu cacciato per l’onta della disfatta con il 33,7 %. Veltroni andò via ammettendo “non ce l’ho fatta”, e mentre il popolo del PD guardava stupefatto, già Franceschini e Bersani pensavano a spartirsi quel che restava del regno. Trentatre virgola sette per cento.  Sembra quesi un ricordo di quelli dolorosi, da dire con un filo di voce spezzato dall’emozione e dalla tristezza. Quasi lo ripete come un ossessionato all’inviato del Sole 24 Ore quel risultato che solo lui in europa (escluso il Portogallo) ha raggiunto. “33,7 %. le sembra poco?“.

E se non avesse perso Veltroni? Se il PD alla fine fosse solo il minore dei mali. Un male figlio di un male maggiore. Un partito vuoto perchè oramai ad essere vuote sono le idee che hanno animato tutta la sinistra negli ultimi dieci anni? E se fosse vero cosa dovremmo fare? Guardare indietro come i tedeschi che hanno votato Linke perchè orfani di uno Stato assistenzialista che provvedeva a loro dandogli dalla macchina, al lavoro alla moglie? Basta vedere ai non contenuti del dibattito per la battaglia congressuale del PD per capire che forse il buon Veltroni tutti i torti non li aveva. 33,7 per cento.