Nelle analisi e nei commenti del dopo voto in Puglia si è registrato un crescente tiro al bersaglio contro Massimo D’Alema, innalzato come vero volto sconfitto del Partito Democratico nelle primarie. Militanti pasionari, oppositori, la minoranza veltronian-franceschiniana…tutti hanno alzato il tiro contro l’ex premier. Un tiro al bersaglio che era già iniziato da dicembre quando D’Alema si era fatto promotore dell’azione di avvicinamento all’UDC. Ma è davvero colpa di D’Alema?
Guardando bene la non rosea situazione del PD si intravedono tre nodi principali. Quattro se vogliamo considerare i quotidiani di oggi.
Il primo è il caso Del Bono a Bologna. Come non mi sono soffermato sulla vicenda Berlusconi-D’Addario e sul caso Marrazzo, non intendo certo iniziare ora a mettere il naso nel lato gossipparo del cosiddetto Cinzia-gate che ha travolto l’ex primo cittadino di Bologna. Lo scandalo e i presunti reati commessi però non bastano a spiegare le repentine dimissioni di chi fino al giorno prima gridava di non dimettersi neanche in presenza di avviso di garanzia. No, non bastano. Il motivo è da ricercare in quell’ideale superiorità morale che il PD esige per sé e per i suoi appartenenti. Una storia che ha origini lontane, prima con i saldi principi del PCI, poi con la questione morale di Berlinguer, fino alle storture di chi scrive che chi vota Berlusconi è analfabeta e delinquente. E a bene vedere questa molto decantata pretesa superiorità morale del PD e del suo elettorato sugli altri appare sempre più un “buon proposito per il nuovo anno”: basta solo ricordare come nell’ultimo anno si siano susseguite le vicende Bassolino in Campania, lo scandalo sanità in Puglia, il caso Marrazzo nel Lazio, lo scandalo Quadra a Firenze e ora il Cinzagate a Bologna. Tutti i centri di potere territoriali sembrano toccati in qualche modo da un non certo superiorità morale. Su questo si concorderà che D’Alema non centra affatto.
Gli ultimi tre punti se vogliamo sono collegati in un disegno più ampio che riguarda le elezioni regionali: la candidatura della Bonino nel Lazio, Vendola in Puglia e il neo patto di ferro fra Pd e Di Pietro. Posto che la candidatura della Bonino appare più il frutto della mancanza di iniziativa politica in una regione data per persa e nella quale nessuno ha avuto il coraggio di farsi avanti per non bruciarsi, il vero ciclone è stata la stravittoria di Vendola alle primarie. Vendola stravince contro il già sconfitto e poco carismatico Boccia, al quale, oltre al ringraziamento per la disponibilità data, andrebbe dato anche un indennizzo per essersi messo in piazza a farsi prendere a schiaffi. E per la seconda volta.

Sul caso Puglia in molti si interrogano se sia stato punito una segreteria rea di troppa timidezza contro Berlusconi e una ricercata trama di alleanze che farebbe molto DC e poco sinistra dura e pura. Il problema però non è solo questo. Se D’Alema ha una colpa, è quella di aver capito anzi tempo che un PD alleato a Di Pietro e legato ai puristi dell’antidialogo non va molto lontano. Si è visto con la fallimentare gestione Veltroni e con l’ancor più fallimentare gestione Franceschini. In capo ad un anno il PD è passato dal 33 % al 26 %, ha perso l’Abruzzo, la Sardegna e la maggioranza delle amministrazioni che governava. Il Pd è in mezzo ad un guado fra riformisti e puristi. Fra chi cerca il dialogo e vuole allargare la coalizione e chi invece punta ad una mini rivoluzione culturale e politica. Non può non sfuggire una contraddizione fondamentale nella politica del PD. Per due mesi D’Alema ha tentato di costruire un laboratorio di alternanza politica al centrodestra ponendosi come partito cardine di un’alleanza fra UdC e IdV. Una sorta di Casa delle Libertà di Sinistra, con l’IdV a fare le veci della Lega (anche se a destra la Lega stava fuori) e il PD a coprire il fu ruolo di Forza Italia e AN. Un progetto ambizioso, che ora come ora appare più che mai congelato. Ancora una volta l’errore del PD non è stato né di scollamento con il proprio elettorato né di eccessivo “tramismo”. Certo magari si poteva ricercare una candidatura più carismatica di Boccia, ma il vero errore è stato un altro. L’aver fatto risolvere questa disputa sulle politiche del partito ai militanti pasionari. In una parola, il male sta ancora nelle primarie.
Le primarie sono state un’ottima intuizione politica e nessuno mette in dubbio la loro capacità di “dare” carisma ad un candidato e di coinvolgere l’elettorato. Ma è altresì un’arma a doppio taglio. Le primarie sono uno strumento che dopo un po’ rischia di stancare e dall’altra rischia di richiamare solamente quell’elettorato
militante che veramente non può fare a meno di fare politica ovunque sia. Quell’elettorato di duri e puri che è per sua stessa definizione minoritario. Certo 192.000 elettori e il 73 % sono per Vendola un suffragio degno di lode, ma la domanda che sorge spontanea è chi sia quell’elettorato. Un elettorato di sinistra di sicuro. Ma chi sono? La storia d’Italia insegna che siamo un paese moderato e che le elezioni le vince lo schieramento che convince l’elettore “ad andare a votare”. Fate attenzione. Si dice “ad andare a votare”. Se analizziamo le elezioni politiche in Italia, notiamo che più alto è il numero degli elettori, maggiore è il risultato dei partiti moderati. Nella fattispecie di centrodestra. Il problema del PD non è di coprirsi le spalle a sinistra, quelle sono già coperte di natura. Il problema è allargare la base dell’elettorato, che si apre solamente guardando al centro. Non chiudendosi a riccio nelle proprie battaglie. Chiaramente così facendo qualche battaglia può essere vinta. Lo stesso Vendola si inserisce in questo quadro, anche se 5 anni fa fu eletto in un quadro d’insieme che era fortemente favorevole alla sinistra mentre oggi non è così. Portare i fuori sede a votarti in massa facendoli sopportare un viaggio lungo un notte non è da tutti. Anzi è una cosa straordinaria. Ma le elezioni non si vincono con gli studenti fuori sede. Ne sa qualcosa Soru che perso la Sardegna perchè il voto moderato si è sommato a quello dei delusi e degli elettori di centrodestra. Una sconfitta che fu fatale anche a Veltroni. In questo caso, una sconfitta in Puglia non sarà certo fatale al tandem Bersani-D’Alema.
Qual’è quindi la colpa di D’Alema? Aver cercato di dare una svolta al partito? Aver tentato di stringere un’alleanza su tre regioni strategiche con l’UDC e che poteva portare ad una nuova coalizione di maggioranza nel 2013? La partita non è chiusa, e la strada è ancora lunga. C’è da credere che la minoranza franceschinian-veltroniana affilerà i coltelli per il post elezioni regionali se il PD non terrà all’assalto del PDL, ma dubitiamo che siano una minaccia credibile. Come neo presidente del COPASIR c’è da credere che D’Alema intensificherà ancora di più la sua attività, visto che diventerà l’interlocutore privilegiato di Letta e quindi di Berlusconi. Resta l’amaro per un’occasione sprecata. Tre dovevano essere le regioni dell’accordo con l’UDC. Di queste solo il Piemonte è stato portato a casa con la convergenza sulla candidata Bresso. In Lazio si rinsaldano seppur a fatica PDL e UDC. Ed è di oggi la notizia che Casini ha chiesto al PDL di convergere sullo stesso candidato in Puglia.