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Vendola: “Perchè non l’ho detto prima? Nessuno me l’ha chiesto”.

Certo che leggere questa dichiarazione può far incazzare: ma come? dopotutte le battaglie..il referendum vinto? E per cosa?…. ma la verità è che Vendola fa il suo gioco. Così come lo ha fatto Greenpeace. Così come Grillo. E chi se ne frega se uno stravolge la realtà: gridiamo al lupo al lupo che la gente scappa.

Il problema è che le persone prima di andare a votare dovrebbero informarsi bene. Non limitarsi a leggere i manifesti di minacce contro i tiranni dell’acqua e contro il nucleare. Visto che il voto di uno che non sa leggere vale quanto quello di uno che sa leggere, per favore, imparate a leggere prima di votare.

 

Per leggere l’articolo sulle dichiarazioni di Vendola clicca qui

In questo momento politico è facile fare gli ultras, urlare e prendere posizione nelle rispettive trincee per non ascoltare gli altri e fare a gara a chi urla più forte. E lo dico sapendo che è il pericolo che corro io quotidianamente, basta vedere i miei tweet.

Ma in tutto questo marasma voglio fare miei due commenti autorevoli per manifestare quello che penso di tutto lo strappo finiano e del momento politico che stiamo vivendo.

Il primo è una nota pubblicata su facebook oggi dal Governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni:

La strada imboccata da Fini non porta da nessuna parte: nei fatti è una rottura del centrodestra e non solo del Pdl. È politicamente inaccettabile vedere uno dei suoi co-fondatori rinnegare due anni di storia dello stesso Pdl, oltre che 16 anni del centrodestra. Tutto questo costituisce un motivo in più per confermare la nostra volontà di tenere fede al patto assunto con gli elettori e di dare sempre più forza ad un partito unitario rappresentato da tutti i moderati italiani.

Il secondo è la parte finale dell’editoriale del prof. Panebianco uscito oggi sul Corriere della Sera:

Il secondo tema riguarda il federalismo. Fini, va detto a suo merito, non ha eluso del tutto il problema. Ha riconosciuto che se, nella distribuzione delle risorse, si abbandona il criterio della spesa storica per passare a quello dei costi standard (architrave della riforma detta del federalismo fiscale) il Sud dovrà cambiare tanto del suo modo di usare le risorse pubbliche. Ma poi ha subito annacquato l’affermazione evocando il «federalismo solidale». Ma, come Fini sa bene, non c’è possibilità di introdurre veri cambiamenti se non si fanno pagare, nel breve termine, costi assai alti a tutta quella parte del Sud (ma anche a qualche pezzo del Nord) che vive grazie a un pessimo uso del denaro pubblico. Si può invocare quanto si vuole la «solidarietà » ma non c’è verso di introdurre il federalismo senza che questo comporti dolorose riconversioni. Il che non può non implicare, sotto il profilo politico, almeno nel medio termine, la destabilizzazione di settori rilevanti delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Quel che si capisce è che Fini chiede, su federalismo e Sud, un compromesso. Ma sta a lui e ai suoi, allora, dimostrare che un compromesso «virtuoso» è possibile, che evocare la solidarietà non sia solo un espediente per difendere l’esistente. Sta a lui, in sostanza, dimostrare che Futuro e Libertà, anche su questo terreno, è la destra moderna che egli ha evocato, e non l’ennesima variante di una qualsiasi «Lega Sud».

Forse Bossi e Tremonti useranno fin troppo l’accetta, ma qualcuno mi deve spiegare perchè dobbiamo accettare situazioni come quella della Regione Sicilia, dove il Presidente passa il tempo del suo mandato a costruire e distruggere maggioranze, per non parlare dei tanti interventi non fatti, come quello a un anno dall’alluvione che ha colpito Giampilieri e Scaletta Zanclea, o situazioni di sanità creativa come quella di Vendola in Puglia. Se poi l’unica soluzione deve essere, come quella che propone l’opposizione sui precari della scuola, di continuare nello status quo, perchè comunque vada lo spreco di risorse dà lavoro…abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente. E poi altra domanda: se tollerate il continuo spreco di risorse per sanità e altri apparati, perchè volete l’abolizione delle Province che comporterà anch’esso un notevole problema di collocazione di quanti con le Province ci lavorano e vi lavorano?

Ma non è colpa di D’Alema

Pubblicato: 27 gennaio 2010 in Politica
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Nelle analisi e nei commenti del dopo voto in Puglia si è registrato un crescente tiro al bersaglio contro Massimo D’Alema, innalzato come vero volto sconfitto del Partito Democratico nelle primarie. Militanti pasionari, oppositori, la minoranza veltronian-franceschiniana…tutti hanno alzato il tiro contro l’ex premier. Un tiro al bersaglio che era già iniziato da dicembre quando D’Alema si era fatto promotore dell’azione di avvicinamento all’UDC. Ma è davvero colpa di D’Alema?

Guardando bene la non rosea situazione del PD si intravedono tre nodi principali. Quattro se vogliamo considerare i quotidiani di oggi.

Il primo è il caso Del Bono a Bologna. Come non mi sono soffermato sulla vicenda Berlusconi-D’Addario e sul caso Marrazzo, non intendo certo iniziare ora a mettere il naso nel lato gossipparo del cosiddetto Cinzia-gate che ha travolto l’ex primo cittadino di Bologna. Lo scandalo e i presunti reati commessi però non bastano a spiegare le repentine dimissioni di chi fino al giorno prima gridava di non dimettersi neanche in presenza di avviso di garanzia. No, non bastano. Il motivo è da ricercare in quell’ideale superiorità morale che il PD esige per sé e per i suoi appartenenti. Una storia che ha origini lontane, prima con i saldi principi del PCI, poi con la questione morale di Berlinguer, fino alle storture di chi scrive che chi vota Berlusconi è analfabeta e delinquente. E a bene vedere questa molto decantata pretesa superiorità morale del PD e del suo elettorato sugli altri appare sempre più un “buon proposito per il nuovo anno”: basta solo ricordare come nell’ultimo anno si siano susseguite le vicende Bassolino in Campania, lo scandalo sanità in Puglia, il caso Marrazzo nel Lazio, lo scandalo Quadra a Firenze e ora il Cinzagate a Bologna. Tutti i centri di potere territoriali sembrano toccati in qualche modo da un non certo superiorità morale. Su questo si concorderà che D’Alema non centra affatto.

Gli ultimi tre punti se vogliamo sono collegati in un disegno più ampio che riguarda le elezioni regionali: la candidatura della Bonino nel Lazio, Vendola in Puglia e il neo patto di ferro fra Pd e Di Pietro. Posto che la candidatura della Bonino appare più il frutto della mancanza di iniziativa politica in una regione data per persa e nella quale nessuno ha avuto il coraggio di farsi avanti per non bruciarsi, il vero ciclone è stata la stravittoria di Vendola alle primarie. Vendola stravince contro il già sconfitto e poco carismatico Boccia, al quale, oltre al ringraziamento per la disponibilità data, andrebbe dato anche un indennizzo per essersi messo in piazza a farsi prendere a schiaffi. E per la seconda volta.

Sul caso Puglia in molti si interrogano se sia stato punito una segreteria rea di troppa timidezza contro Berlusconi e una ricercata trama di alleanze che farebbe molto DC e poco sinistra dura e pura. Il problema però non è solo questo. Se D’Alema ha una colpa, è quella di aver capito anzi tempo che un PD alleato a Di Pietro e legato ai puristi dell’antidialogo non va molto lontano. Si è visto con la fallimentare gestione Veltroni e con l’ancor più fallimentare gestione Franceschini. In capo ad un anno il PD è passato dal 33 % al 26 %, ha perso l’Abruzzo, la Sardegna e la maggioranza delle amministrazioni che governava. Il Pd è in mezzo ad un guado fra riformisti e puristi. Fra chi cerca il dialogo e vuole allargare la coalizione e chi invece punta ad una mini rivoluzione culturale e politica. Non può non sfuggire una contraddizione fondamentale nella politica del PD. Per due mesi D’Alema ha tentato di costruire un laboratorio di alternanza politica al centrodestra ponendosi come partito cardine di un’alleanza fra UdC e IdV. Una sorta di Casa delle Libertà di Sinistra, con l’IdV a fare le veci della Lega (anche se a destra la Lega stava fuori) e il PD a coprire il fu ruolo di Forza Italia e AN. Un progetto ambizioso, che ora come ora appare più che mai congelato. Ancora una volta l’errore del PD non è stato né di scollamento con il proprio elettorato né di eccessivo “tramismo”. Certo magari si poteva ricercare una candidatura più carismatica di Boccia, ma il vero errore è stato un altro. L’aver fatto risolvere questa disputa sulle politiche del partito ai militanti pasionari. In una parola, il male sta ancora nelle primarie.

Le primarie sono state un’ottima intuizione politica e nessuno mette in dubbio la loro capacità di “dare” carisma ad un candidato e di coinvolgere l’elettorato. Ma è altresì un’arma a doppio taglio. Le primarie sono uno strumento che dopo un po’ rischia di stancare e dall’altra rischia di richiamare solamente quell’elettorato

militante che veramente non può fare a meno di fare politica ovunque sia. Quell’elettorato di duri e puri che è per sua stessa definizione minoritario. Certo 192.000 elettori e il 73 % sono per Vendola un suffragio degno di lode, ma la domanda che sorge spontanea è chi sia quell’elettorato. Un elettorato di sinistra di sicuro. Ma chi sono? La storia d’Italia insegna che siamo un paese moderato e che le elezioni le vince lo schieramento che convince l’elettore “ad andare a votare”. Fate attenzione. Si dice “ad andare a votare”. Se analizziamo le elezioni politiche in Italia, notiamo che più alto è il numero degli elettori, maggiore è il risultato dei partiti moderati. Nella fattispecie di centrodestra. Il problema del PD non è di coprirsi le spalle a sinistra, quelle sono già coperte di natura. Il problema è allargare la base dell’elettorato, che si apre solamente guardando al centro. Non chiudendosi a riccio nelle proprie battaglie. Chiaramente così facendo qualche battaglia può essere vinta. Lo stesso Vendola si inserisce in questo quadro, anche se 5 anni fa fu eletto in un quadro d’insieme che era fortemente favorevole alla sinistra mentre oggi non è così. Portare i fuori sede a votarti in massa facendoli sopportare un viaggio lungo un notte non è da tutti. Anzi è una cosa straordinaria. Ma le elezioni non si vincono con gli studenti fuori sede. Ne sa qualcosa Soru che perso la Sardegna perchè il voto moderato si è sommato a quello dei delusi e degli elettori di centrodestra. Una sconfitta che fu fatale anche a Veltroni. In questo caso, una sconfitta in Puglia non sarà certo fatale al tandem Bersani-D’Alema.

Qual’è quindi la colpa di D’Alema? Aver cercato di dare una svolta al partito? Aver tentato di stringere un’alleanza su tre regioni strategiche con l’UDC e che poteva portare ad una nuova coalizione di maggioranza nel 2013? La partita non è chiusa, e la strada è ancora lunga. C’è da credere che la minoranza franceschinian-veltroniana affilerà i coltelli per il post elezioni regionali se il PD non terrà all’assalto del PDL, ma dubitiamo che siano una minaccia credibile. Come neo presidente del COPASIR c’è da credere che D’Alema intensificherà ancora di più la sua attività, visto che diventerà l’interlocutore privilegiato di Letta e quindi di Berlusconi. Resta l’amaro per un’occasione sprecata. Tre dovevano essere le regioni dell’accordo con l’UDC. Di queste solo il Piemonte è stato portato a casa con la convergenza sulla candidata Bresso. In Lazio si rinsaldano seppur a fatica PDL e UDC. Ed è di oggi la notizia che Casini ha chiesto al PDL di convergere sullo stesso candidato in Puglia.

Vendola non è solo una questione pugliese

Pubblicato: 23 gennaio 2010 in Politica
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La giornata di domani potrà in un futuro prossimo essere ricordata o come la giornata in cui il PD ha accelerato la sua marcia riformista e di alleanza con l’UDC o come il giorno in cui la Puglia si consegna a Vendola e ai vendoliani, rompendo quel dominio dalemiano che dura oramai da un quindicennio.
Vendola contro Boccia non è l’ennesimo scontro del teatrino delle primarie del PD che oramai infestano la penisola e la politica italiana. Un fenomeno quello delle primarie del PD che non riesce ad uscire dal sempre eterno scontro fra partito apparato e elettori. Fra quelli che manovrano i fili e chi dice di rappresentare la gente. Uno scontro spesso chiamato in causa da chi si sente scaricato e che tenta l’unica carta che può permettergli di risalire la china. Dal candidato della gente al candidato solo contro tutti. Inutile negare che se ha ragione Bersani nel dire che le primarie sono un’opportunità, sarebbe da miopi negare che questo continuo inasprimento fra candidati ora per la segreteria, ora per la poltrona di sindaco ora per la regione, ha spostato quello che da sempre è stato il gioco politico delle candidature e della normale dialettica fra le correnti, in un vero e proprio scontro che si gioca nelle piazze. Piazze che sono via via sempre più grandi grazie alla maggior diffusione e utilizzo dei social network per la campagna politico elettorale. E che spesso diventano preda di una piccola minoranza che tenta di rappresentare l’elettorato tutto grazie all’attivismo del web.

Domenica sera avremo le risposte alle molte domande che da due mesi inondano giornali, televisioni e siti internet. Sapremo innanzitutto se questo matrimonio fra PD e UDc s’ha da fare o meno. Se è possibile percorrere quella strada di rinnovamento politico per cui il PD può tornare a essere un partito protagonista della politica italiana, diventando il grande partito riformista di sinistra alleato al partito moderato di centro. Oppure se continuerà ad essere quell’eterno incompiuto, ostaggio oggi di Di Pietro, oggi della Bonino nel Lazio e di Vendola in Puglia.
Sapremo quindi se faremo un passo in avanti verso un nuovo scenario politico e una nuova colazione, capace di poter contendere al centrodestra la guida del paese, o se avremo sempre una cenerentola scalza.
Sapremo se la mobilitazione in forze di tutti i big del partito a fianco di Boccia ha prodotto risultati o meno. E’ certo che se le urne confermeranno i sondaggi, che prevedono una netta vittoria di Vendola, forse il partito dovrà interrogarsi a fondo per capire come sia possibile aver sbagliato così tanto. Come sia possibile aver perso il contatto con la gente.
Magari domenica sapremo se la scelta di Boccia come candidato per il PD sia stata azzeccata o meno. Se ha avuto senso riproporre un candidato che già era stato sconfitto sempre alle primarie da Vendola.
Ma non solo. Domenica sera sapremo se la roccaforte di D’Alema è ancora in piedi o meno, o se i cinque anni di vendolismo e la ribellione di Emiliano a Bari hanno compromesso quel bacino politico elettorale, quella terra, che da quindici anni è la Puglia di D’Alema, e che oggi rischia di diventare una Waterloo molto amara.

Il ferragosto della politica italiana fra le polemiche sui sondaggi in casa PD e i timori di un possibile flop nazionale delle primarie. Questo mentre si giocano due partite a scacchi: una in Puglia che vede coinvolti Vendola, magistrati, D’Alema e centristi, e l’altra fra quotidiani e direttori.

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